Un nome blasonato nel mondo delle coop rosse: Ccc, Consorzio cooperative di costruzioni. Il colosso di Bologna è l’unico operatore sempre presente nell’affare immobiliare delle ex aree Falck di Sesto San Giovanni, che in dieci anni è passato attraverso tre diverse cordate. È un vecchio schema noto fin dall’inchiesta Mani pulite: la presenza di una coop rossa in un grande affare garantisce la quota di interessi del Pci e dei suoi derivati, oggi il Pd. Fu per primo l’imprenditore Giuseppe Pasini, oggi grande accusatore di Filippo Penati, a subire l’imposizione della Ccc come futura protagonista dell’edificazione delle aree Falck quando le acquistò nel 2000. Quando Pasini vendette all’immobiliarista Luigi Zunino, nel 2005, il ruolo della Ccc non fu messo in discussione. E quando l’anno scorso a Zunino è subentrato Davide Bizzi, nella eterogenea squadra dei suoi partner (con Paolo Dini di Paul&Shark e il fondo coreano Honua) si è ripresentata l’immancabile Ccc, stavolta addirittura come socio.

L’inchiesta del pm di Monza Walter Mapelli sull’ex sindaco di Sesto, nonché ex braccio destro del segretario del Pd Pierluigi Bersani, punta a Roma. C’è una pista fatta di indizi che induce i magistrati a sospettare Penati di essere al centro di un sistema intrecciato con le esigenze di finanziamento del partito. E infatti tra i reati per i quali è indagato, oltre a concussione e corruzione, c’è anche l’illecito finanziamento ai partiti. L’inchiesta, che ha subito un’improvvisa accelerazione due giorni fa con una raffica di perquisizioni tra cui quelle negli uffici di Penati, sembra destinata a esplodere, come dimostrano i toni quantomeno prudenti, per non dire timorosi, con cui gli esponenti del Pd lombardo hanno dato la solidarietà di rito all’esponente indagato.

QUESTA MATTINA Penati, accompagnato dal suo difensore Nerio Diodà, si presenterà nell’ufficio di Mapelli per chiarire e spiegare. Sarà un confronto difficile per l’ex presidente della Provincia di Milano. Dallo scorso mese di gennaio, quando l’inchiesta avviata nel luglio del 2010 dalla pm di Milano Laura Pedio è passata per competenza territoriale agli uffici giudiziari di Monza, Mapelli ha interrogato decine di imprenditori. Numerosi tra essi hanno ammesso di aver versato contributi al Partito democratico, non registrati in bilancio, su sollecitazione di Penati o di uomini a lui vicini.

Il filo che gli inquirenti stanno seguendo è quello che lega i numerosi reati ipotizzati e la carriera politica di Penati. Si punta dunque a ricostruire i meccanismi di un vero e proprio sistema di potere che partendo da Sesto San Giovanni (Penati è stato sindaco dal 1994 al 2001) ha proiettato l’ex professore di scuola media verso il ruolo di braccio destro di Bersani.

La caratteristica dell’inchiesta di Monza è proprio la molteplicità degli spunti investigativi. Proviamo a elencarli. C’è il costruttore Pasini che accusa Penati di concussione per aver preteso nel 2001 prima il pagamento di 4,5 miliardi di lire (in due tranche da 2 e 2,5) in cambio di un occhio di riguardo nell’operazione di sviluppo edilizio delle aree ex Falck; e poi di ulteriori 1,2 miliardi di lire, con la stessa finalità, per le aree ex Ercole Marelli; i magistrati considerano queste “dazioni” sufficientemente provate.

Ci sono poi episodi di corruzione riguardanti altri affari e altri imprenditori. Un troncone dell’indagine attiene all’affidamento dei trasporti pubblici locali, e vede coinvolto il titolare della Caronte, Piero Di Caterina, indagato non solo come presunto corruttore di Penati, ma anche come collettore di tangenti destinate al leader del Pd lombardo. Di Caterina è un personaggio chiave dell’inchiesta. Perquisendo gli uffici della Cascina Rubina, società veicolo per l’operazione Falck ceduta da Pasini a Luigi Zunino, gli inquirenti hanno trovato alcune fatture a fronte di prestazioni inesistenti emesse proprio dal titolare della Caronte. Ci sono due possibili spiegazioni: o Di Caterina fungeva da “cartiera” per consentire a Zunino la costituzione di fondi neri destinati anche al pagamento di tangenti; oppure, come testimoniato nel caso dei 2 miliardi consegnatigli da Pasini in Svizzera, Di Caterina incassava direttamente il denaro destinato al finanziamento di Penati, per il quale fungeva, a quanto ipotizzano gli inquirenti, anche da collettore. Quel che è certo è che proprio Di Caterina è stato protagonista di una rottura piuttosto velenosa con Penati dopo essere stato per anni in squadra con lui.

E INFINE c’è la storia mai chiarita dell’autostrada Milano-Genova. Penati, come presidente della Provincia di Milano, acquistò nella primavera 2005 dal costruttore Marcellino Gavio, un pacchetto di azioni che gli dettero la maggioranza assoluta del capitale. L’allora sindaco di Milano, Gabriele Albertini, che con il suo pacchetto di azioni garantiva comunque il controllo pubblico dell’arteria, accusò Penati di aver fatto solo un regalo a Gavio, pagando 8,93 euro l’una azioni che diciotto mesi prima l’imprenditore piemontese aveva pagato 2,9 euro. Albertini, per dare un senso a un’operazione altrimenti inspiegabile, ipotizzò che costituisse la contropartita, voluta da una parte del Pd, per convincere Gavio a partecipare con la Unipol alla scalata della Bnl. Albertini consegnò il tutto a un esposto alla magistratura.

di Gianni Barbacetto e Giorgio Meletti

da il Fatto quotidiano del 22 luglio 2011