Don Alfonso non c’è più. Il brillante magistrato passato dai brutti uffici del centro direzionale a Napoli, agli stucchi e agli agi della politica che conta, ora è un uomo piegato su se stesso. Che a un certo punto di questo mercoledì da sciacalli – di leoni a Montecitorio non vi è traccia – capisce che è finita.

Annusa l’aria, si consulta con Fabrizio Cicchitto, sente qualche amico dell’opposizione, scruta il volto nero di Berlusconi, e realizza che neppure quel miracolo invocato in mattinata nella Chiesa di San Carlo, a Roma, lo salverà dall’arresto. E allora, alla fine di una giornata che danna lui, Berlusconi e la sua maggioranza, è meglio prendere di petto la realtà, accettare il verdetto e costituirsi. Bussare alla porta del tranquillo carcere di Orvieto in attesa di essere trasferito a Napoli (Poggioreale o Secondigliano) passare all’ufficio matricole, consegnare gli oggetti personali, togliersi la cinta dei pantaloni (le stringhe delle scarpe no, che d’estate don Alfonso ama portare morbidi mocassini di cuoio), umiliarsi premendo le dita sul tampone delle impronte, e aspettare i tempi della giustizia in una cella.

“Sono vittima della politica“, dice qualche ora prima. Ed è vero, vittima di quella sua voglia ossessiva di scalare tutti i gradini del successo e del potere, vittima della caduta dell’impero berlusconiano, vittima delle divisioni dentro la Lega e della debolezza di Bossi, vittima della voglia di Bobo Maroni di sostituirsi al vecchio leader e di rispolverare lo spirito “giustizialista” del partito del ’93. Neppure l’appello tra l’accorato e il disperato di Berlusconi è servito a convincere il Parlamento per il no all’arresto.

Dobbiamo resistere, c’è un complotto, oggi colpiscono Papa, domani colpiranno me“. Macerie, sono gli ultimi giorni della Pompei berlusconiana, che neppure il Cavaliere aveva previsto in forme così devastanti. Perché Berlusconi era sicuro di vincere, ancora una volta la richiesta di arresto di un “suo” parlamentare non sarebbe passata. E poi alla Lega era stata concessa la cancellazione del decreto sull’emergenza rifiuti a Napoli. Non è bastato neppure questo, la svendita di Napoli e dei napoletani. Ed è stata più patetica che politica la difesa di Papa.

Sono sereno – esordisce nelle ultime parole pronunciate da parlamentare – ora voglio portare avanti una battaglia sulla legalità, se la dovrò portare avanti da detenuto, lo farò anche da lì“. Una pausa, il corpo piegato sul microfono maledettamente basso, la voce che esce a fatica. E un avvertimento: “Un giorno si parlerà di questa indagine, di chi l’ha fatta, di come è stata fatta, perché è stata fatta. Sono vittima di un abuso enorme, mi sento prigioniero della politica“. Parole cadute in un’aula che sembra un legno alla deriva di giochi e veleni politici, in balia della paura di una piazza che non c’è, almeno a giudicare dalle otto persone otto che fuori Montecitorio aspettano il verdetto.

Non è più il tempo del Raphael e del lancio di monetine, l’indignazione oggi viaggia su canali diversi. E allora Alfonso Papa, per dirla col suo collega di partito Renato Farina, “fa il napoletano“. Si appella ai figli. “Ho raccontato ai miei bambini di 10 e 12 anni perché questo fine settimana potrei non tornare a casa, e questo è stato il momento più drammatico“. Ma anche il richiamo alla famiglia sortisce effetti pari a zero.

Perché sarà pur vero, come dice don Alfonso, che i deputati hanno votato senza conoscere le carte dell’accusa, ma la sua vita spericolata, l’amore per il lusso e le belle donne, erano note e materia di gossip sui divani del Transatlantico. Si sussurrava di questo strano ex pm napoletano e di quel sistema di potere e favori, ricatti e ricchezze, denari e consulenze, che cresceva sotto l’ombra del Vesuvio e si espandeva come un cancro in tutta Italia. Una delle tante metastasi che devastano il corpo di questo Paese. È un complotto, è un complotto. Anche la signora Tiziana Rodà, la moglie di Papa, punta il dito contro i nemici del marito. “Woodcock (uno dei pm dell’inchiesta   napoletana) venga a prendere anche me“. Famiglia unita.

Luda, Giada, Roberta, le donne del lungo elenco di don Alfonso, sono lontane, non esistono, “sono amanti sì, ma di altri, mio marito è un uomo fedele“, fa mettere nero su bianco sui taccuini dei giornalisti la signora Papa. Ma il racconto della vita allegra di don Alfonso consegnato da intercettazioni e verbali giudiziari è un’altra storia. Ludmilla-Luda Spornyk, bella, giovane e ucraina, e le notti all’Olgiata, le giornate al Mareblu di Ischia, gli aperitivi al De Russie, la Jaguar regalata alla giovane studentessa. Lusso, potere e camerieri in livrea. Un sogno. La realtà è una cella a Poggioreale, forse a Secondigliano. Come un cittadino comune. Senza protezioni e privilegi.

Il Fatto Quotidiano, 21 luglio 2011