Uno a uno verrebbe da dire guardando alla sorte diversa riservata dalle Camere ai due parlamentari imputati di gravi reati, ma il fatto è che non è più tempo per piroette e giochi di Palazzo. Gli analisti della politica (o del politichese) fanno giustamente notare come i leghisti votando per l’arresto di Papa e per il non arresto di Tedesco hanno voluto dire a Berlusconi: bada, siamo noi l’ago della bilancia, possiamo farti cadere quando vogliamo, e quindi dacci quello che chiediamo altrimenti sono guai.

Certo che il partito di Maroni (non quello, a quanto sembra minoritario, di Bossi e Reguzzoni) cerca anche di rassicurare un elettorato sempre più deluso dal tradimento delle antiche radici forcaiole: quelle per capirci del cappio fatto sventolare nel ‘92 sotto il naso di Bettino Craxi. Accusati dalla base di essere ormai complici dell’odiata Roma ladrona, gli uomini del Carroccio sazi di leggi-vergogna hanno voluto dimostrare di non essere dalla parte dei corrotti. Ma per non esserlo più davvero (dalla parte dei corrotti) i leghisti dovrebbero avere il coraggio che non hanno: abbandonare cioè un governo ridotto in macerie e andare alla sfida delle urne. Ma possono farlo senza spaccarsi in due o tre pezzi e con il rischio di ritornare in Parlamento decimati?

C’è poi una domanda più generale che riguarda la sopravvivenza di tutti i partiti, ma proprio tutti. Che come vent’anni fa rischiano di non sopravvivere alle inchieste della magistratura e all’insofferenza dei cittadini. Se la Casta pensa che per continuare a fare i propri comodi basti sacrificare un Papa, allora non ha capito proprio niente.

Il Fatto Quotidiano, 21 luglio 2011