Dopo i saggi del sindaco di Bologna Virginio Merola, sono in arrivo quelli del Rettore Ivano Dionigi. La bozza, ancora in discussione, del nuovo statuto dell’Ateneo di Bologna, stilata da una commissione insediata ad hoc, prevede infatti un meccanismo molto simile a quello pensato recentemente dal primo cittadino per la nomina di chi guiderà Fiera e Aeroporto e le altre partecipate.

Tutto parte dalla Riforma Gelmini, che ha riscritto i poteri del Consiglio di Amministrazione, un organo che d’ora in avanti avrà molto più peso all’interno degli atenei. La riforma riscrive anche la composizione dei CdA, lasciando però ampia discrezionalità alle singole università sulla modalità di nomina dei futuri consiglieri. E all’Università di Bologna Merola ha già fatto scuola: si creerà infatti una specie di “comitato di saggi” che selezionerà i nomi da proporre al Senato accademico. Esattamente come per il caso del sindaco, se l’articolo dello statuto fosse confermato, anche i saggi dell’Alma Mater saranno chiamati dal numero uno dell’Ateneo per fare un lavoro che potrebbe in teoria anche fare da solo, come accadrà in altre università d’Italia.

Ma andiamo con ordine. Dal 2010 una Commissione Statuto, presieduta dal rettore Ivano Dionigi (tra i 15 componenti ci sono, tra gli altri Giuseppe Caia, Paolo Pombeni, Gliberto Capano, Angelo Varni, Rosella Rettaroli), si sta occupando di riscrivere la Charta dell’Alma Mater, seguendo le linee della Riforma. È proprio da questa commissione (che nelle prossime settimane chiuderà i lavori) che è saltato fuori il singolare sistema per la elezione del CdA, il massimo organo decisionale dell’Ateneo.

Il CdA dell’Università di Bologna, che col nuovo statuto sarà ridimensionato a 11 membri, sarà così composto: il Rettore, due rappresentanti degli studenti, cinque membri interni (tra docenti e personale amministrativo) e tre esterni. Qui, le assonanze con il comitato di Merola sono evidenti. Per questi otto ultimi candidati, infatti, l’Università farà un bando pubblico e chiederà che si facciano avanti persone con le competenze adeguate per stare in un CdA (esperti di bilanci o con comprovata esperienza in grandi aziende, per esempio). Come a Palazzo d’Accursio, anche all’Alma Mater potremmo veder comparire i curricula pubblici.

E proprio qui entrerà in gioco un Comitato di Selezione, quello dei cinque saggi. Il comitato verrà formato così: il Rettore nominerà tre saggi esterni all’Università, mentre i due restanti, interni all’Ateneo, saranno nominati dal Senato accademico. A questo punto, vagliati i curricula, i saggi proporranno una rosa di nomi almeno doppia e, “sulla base” di questa, il Senato accademico dovrà scegliere i futuri consiglieri di Amministrazione.

La domanda viene quasi spontanea. Ma se la rosa di candidati la fanno i saggi, e se i saggi sono in maggioranza di nomina del Rettore (3 contro 2), che cosa vieta che quei 16 nomi proposti al Senato accademico non siano, a loro volta, espressione solo della volontà del Rettore stesso? Perché, se nulla vieta che il rettore possa proporre autonomamente i suoi nomi assumendosene la responsabilità, non gli si permette di farlo senza passare attraverso questo comitato di selezionatori? Qualcosa in realtà negli ultimi giorni è cambiata nella seconda bozza di statuto: la commissione ha infatti deciso che la rosa di nomi andrà votata dal comitato dei saggi con una maggioranza qualificata dei 4/5. Tuttavia, anche se attenuata, la preponderanza dei saggi del rettore rimane.

Come detto, accusare la riforma Gelmini non sarebbe del tutto corretto. Anzi, essa non vieta che il CdA sia eletto in maniera più democratica. All’Università di Genova, per esempio, la bozza del nuovo statuto prevede che solo i nomi per i 3 membri esterni saranno proposti dal Rettore (ma saranno anche votati e approvati, a scrutinio segreto, dal Senato accademico). Per il resto, il CdA dell’università genovese sarà del tutto eletto dalle varie categorie dell’università: docenti, studenti, personale tecnico-amministrativo, ecc. Un sistema “meno democratico” è invece quello della Ca’ Foscari di Venezia, dove la bozza di statuto prevede che il rettore proponga personalmente e con piena responsabilità i nomi per il CdA, senza saggi a fare da tramite.

Il consiglio di amministrazione degli atenei, con la riforma Gelmini assume un peso sempre più importante rimanendo arbitro unico per le questioni economiche e finanziarie, l’assunzione di docenti, lo stanziamento di fondi per la ricerca, la chiusura di dipartimenti o facoltà, con poco controbilanciamento da parte del Senato accademico, che spesso potrà dare non più di un parere. Se a Bologna, con lo statuto del 2003 ancora vigente, Senato e CdA funzionavano quasi come le nostre due camere nazionali (Camera dei deputati e Senato della Repubblica) – in una specie di bicameralismo simmetrico e, va detto, un po’ confusionario – secondo la riforma del ministro Gelmini il Senato accademico diventerà un’assemblea che si interesserà solo dell’ambito didattico, senza peso concreto nella pianificazione economica e finanziaria dell’Ateneo.

Tra i docenti non mancano, e sono tanti, gli scettici. Sergio Brasini, docente di Statistica economica all’Alma Mater e membro dei cosiddetti Docenti preoccupati, spiega la sua posizione a ilfattoquotidiano.it: “Rispetto alla soluzione attuale sarebbe meglio che fosse il Senato accademico a individuare i ‘saggi’ al suo interno per vagliare le candidature. Ma in senso assoluto la cosa più opportuna è far sì – prosegue Brasini – che il comitato di selezionatori si configuri come un organo veramente terzo, composto da magistrati, persone con incarichi istituzionali e che per il lavoro che ricoprono siano davvero terzi rispetto sia all’università, sia alla politica”.

Un altro nodo, per ciò che riguarda il CdA, è l’elezione diretta da parte dei dipendenti dell’Università. Gli stessi Docenti preoccupati, assieme alle organizzazioni sindacali presenti in Ateneo, hanno tenuto, a fine giugno, un referendum tra i lavoratori universitari su alcune profonde modifiche da apportare allo statuto. Il primo quesito riguardava proprio la richiesta che gli organi accademici  fossero eletti democraticamente, compreso il CdA. La riforma Gelmini, per essere chiari, essendo molto vaga sulla formazione del CdA, non preclude la possibilità che il Consiglio di amministrazione sia eletto dai dipendenti, come del resto si sta pensando di fare a Genova.

Tra gli oltre 2.000 votanti, i contrari e gli astenuti non sono arrivati a 100. Ma la richiesta non è stata recepita. Il 29 luglio scade il termine per la presentazione dello statuto definitivo, e la possibilità che le richieste dei referendari siano accolte sono poche. Ma almeno a quella data, anche l’Alma Mater avrà i suoi 5 saggi selezionatori.