Che Michel Foucault sia stato un grande filosofo va da sé. Le sue opere rimangono fra le più interessanti, lette e discusse del Novecento. Non solo. Il filosofo ha anche segnato il pensiero politico: l’influenza dei suoi concetti, considerevole nel mondo intellettuale, lo è stata ancor di più nel campo della sinistra francese.

Perciò soltanto pensare di ridiscutere la sua “collocazione” politica appare un’operazione azzardata. Si capisce allora il dibattito che ha suscitato, Oltralpe, il coraggioso libello di José Luis Moreno Pestaña, Foucault, la gauche et la politique (pubblicato dall’editore Textuel di Parigi), con le conseguenti reazioni indignate – fra tutte, quella di Serge Audier apparsa su Le Monde.

Coraggioso perché, in fondo, con una semplice domanda demolisce un mito strutturato e potente: ma Foucault era davvero di sinistra? L’imbarazzante questione è posta con grazia. Senza venerazione né irriverenza, senza pedanteria accademica o scolastica. Bensì con una sana distanza che permette all’autore di non fare del filosofo un’icona, ma studiarlo come oggetto di una sociologia degli intellettuali. Insomma, si libera dal vecchio ritornello “cosa è di destra” e “cosa è di sinistra” nel pensiero di Foucault.

Il filosofo si incaricò di cause dimenticate o snobbate dai colonnelli del materialismo storico (come la prigione o il potere psichiatrico), e per questo è sempre stato considerato un rinnovatore del pensiero della sinistra, discreditata dagli scogli del marxismo, del socialismo o della social-democrazia.

Però Pestaña mostra una realtà più complessa, studiando il suo autore sotto tre aspetti: la vicenda biografica e le esperienze sociali; la sua traiettoria accademica; il suo impegno politico. Il tutto attraverso la lettura delle sue opere, soprattutto quelle pertinenti dal punto di vista politico. Scopriamo così che il filosofo è stato piuttosto incostante: comunista durante i suoi studi all’École Normale Supérieure; vicino al potere gaullista nei suoi primi anni da docente; in seguito con il Sessantotto militante nell’estrema sinistra e poi, alla fine degli anni Settanta, lo ritroviamo a flirtare con il neoliberismo.

È questa la pietra dello scandalo per i foucauldiani: perché il loro eroe ha avuto questa virata liberale negli ultimi anni della sua vita? L’autore non cede alla via più semplice: non la vede né come evoluzione né come involuzione. Piuttosto che denunciare questa svolta, cerca di comprenderla. E lo fa leggendo le differenti frazioni dello spazio politico con le quali Foucault (individuo e filosofo) viene a tessere le proprie relazioni – sia in campo economico, con il marxismo, che in quello giuridico, con il liberalismo.

Insomma, dopo aver scoperto che Marx non è stato marxista, tocca oggi riconsiderare Foucault che, in fondo, non fu così foucauldiano.