La prima volta che vedemmo suonare Ernesto Vitolo pensammo fosse un marziano. Come  tanti avevamo avuto modo di ascoltarlo nei dischi di Pino Daniele, Vasco Rossi, Edoardo Bennato, Renato Zero, Teresa De Sio, Eugenio Finardi, Alex Britti, Giorgia, Irene Grandi, Marina Rei e tanti altri, ma quando venne a mettere le tastiere in ‘A67 rimanemmo impressionati. Nello stesso momento in cui ascoltava il brano (per la prima volta) lo suonava senza che gli avessimo detto neanche la tonalità della canzone. Fece tre take (lo fermammo perché poi sarebbe stato difficile scegliere), ma scegliemmo la prima.

Per chi non lo conoscesse, Ernesto Vitolo è un pianista, organista e tastierista, considerato unanimemente tra i più grandi, in Italia, a suonare l’organo Hammond. Lo abbiamo incontrato perché ancora una volta ci ha onorati col suo Hammond in un brano del nostro prossimo disco. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda sul suo ultimo lavoro discografico, Vitologic. Un album live, prodotto dalla storica casa discografica napoletana Polosud, in cui ha proposto brani dei suoi precedenti album da solista: Piano & Bit (Bmg/Rca 1992) e Vintage Hands (Hullabaloo 2006) e altri scelti dalla sua attività live di questi anni, l’Hammond Duo.

Coadiuvato da preziosi musicisti, quali Franco Giacoia alla chitarra, Agostino Mennella alle percussioni, Vittorio Pepe al basso, e da vocalist come Annagaia Mariella, Monica Pujia e Virginia Sorrentino (presente nel video contenuto nel disco), l’album è articolato in due sezioni, la prima strumentale con Mediterranean Jazz Rock 4tet e la seconda “Hammond Duo”, in cui si dà spazio all’organo Hammond e dove troviamo cover riarrangiate dei Doors, Miles Davis, Chic Corea. Questo disco, come dice lo stesso autore nella presentazione sul sito della Polosud, raccoglie “la buona musica di una vita: la mia! O una vita per la buona musica? Vitologic è la mia risposta.

Come nasce Vitologic?
Allora come per gli altri miei due Cd, la storia è lunga. Ad ogni modo, posso dire che Vitologic mi è stato commissionato da due pseudo-discografici, di cui uno a Milano. Non faccio nomi, ma queste persone hanno coinvolto me, il mio quartetto e tanti altri per il mastering, la copertina etc., facendoci lavorare per un anno, durante il quale le loro telefonate mi davano sempre l’ok per tutto. Poi, quando si è trattato di pagare, sono scomparse non rispondendo più al telefono per mesi… Risultato: ho dovuto saldare io il debito con gli amici musicisti che avevano lavorato al progetto e grazie poi alla cortesia e l’intervento di Ninni Pascale della Polosud sono riuscito a stamparlo.

Hai suonato con tanti artisti, con quali risuoneresti con piacere?
Mi piacerebbe ritornare a suonare con il Toni Esposito, ma quello sperimentale di un tempo, per intenderci della fine degli anni ’70, poi con De Rienzo, Fix e Karl Potter, la cui Bibbia, come per me, erano i Weather Report, gruppo ancora oggi insuperato!

Bollani o Allevi?
Bollani sicuramente!

Il tuo rapporto con le nuove tecnologie? Usi il pc e i plug-in o sei un integralista?
Uso tutto ciò che so e non so usare dal computer al programma Logic audio. Poi sostituisco quello che ho imbastito (ritmiche etc.) con “musicisti veri” lasciando però ciò che di elettronico mi piace. Il pianoforte, il Rhodes e l’ Hammond, invece, cerco sempre di realizzarli in studio con strumenti veri: non c’è n’ è per nessuno… i plug-in fino a un certo punto!

In Intro Efx hai campionato la voce di James Senese: stai con lui dagli esordi dei Napoli Centrale, cosa ha rappresentato per te questo gruppo?
Io sono con Napoli Centrale dagli anni ’90 con puntatine anche negli ’80. Come ti dicevo ero nel gruppo di Toni Esposito nello stesso periodo. Anche per James i Weather Report e il jazz elettrico di Miles hanno e continuano ad avere la stessa importanza di allora. In più James è riuscito in quegli anni ad inserire la voce nella musica strumentale, con particolari melodie e testi in dialetto napoletano. Un po’ come ha fatto dopo Daniele, che però si è diretto verso un pubblico più vasto. Non dimentichiamo che Pino Daniele ha iniziato a masticare musica proprio con Napoli Centrale…

Il disco ha diverse atmosfere, si passa dal new age, al jazz finendo con una versione di Light my fire dance anche se il disco è essenzialmente fusion. Che musica ascolti?
Io suono tutto ciò che ho ascoltato e filtrato negli anni con una predilezione per il jazz rock. La mia musica non è né jazz, né new age, fusion, né rock né elettronica ma è un po’ di tutto questo, specie per quanto riguarda la parte ritmica. Cerco però sempre di inserire la mia “napoletanità” nelle linee di melodia. Oggi ascolto un po’ di tutto, mi piacciono le contaminazioni più varie fatte con gusto, ma per studio ascolto sempre jazz o musica classica: da lì viene tutto!

Che musica hai iniziato a suonare e ad ascoltare?
Beh, io ho iniziato a strimpellare la fisarmonica a 6 anni, il violino a 9 e il pianoforte a 11, suonando pezzi italiani dell’epoca tipo le cover dei Procol Harum fatte ai tempi dai Camaleonti ma anche canzonette tipo Marina Marina… poi a 12 anni ho ascoltato il suono dell’ Hammond di Brian Auger Keith Emerson e Jimmy Smith, che mi hanno fatto capire di amarlo sempre di più. Ho suonato il rock dei Deep Purple, Led Zeppelin, Huriah Reep etc. poi ho scoperto molto dopo il jazz elettrico dei Weather…

Cosa consiglieresti a un aspirante tastierista e pianista?
Per prima cosa direi di seguire il proprio istinto musicale approfondendo ascolto e tecnica dello strumento, ma specialmente di suonare con altri musicisti e mettere in pratica ciò che si è studiato. Non si diventa bravissimi da soli a casa, a meno che non si voglia fare il concertista solista. Come seconda cosa suggerirei di non intraprendere la musica come un lavoro ma possibilmente come hobby, visto che la musica, insieme alla pittura, è un’arte. Certo non la pensano come me quelli che con la musica sono diventati ricchi e famosi.