Nei giorni immediatamente successivi al referendum diverse testate giornalistiche hanno evidenziato a modo loro l’avversione alla vittoria dei per fermare il nucleare. Questi alcuni titoli: “Lunga e costosa la via delle rinnovabili”, “Il no all’atomo ci costerà 10 miliardi”, “Mancano all’appello 100 TWh”, “Maxi bolletta da 63 miliardi”. Era chiaro che partiva un “corpo a corpo” tra gli strenui difensori del modello energetico centralizzato e dipendente dai fossili e dall’uranio e la maggioranza assoluta dei cittadini italiani.

Una maggioranza che non aveva solo respinto il nucleare, ma aveva optato per il decentramento territoriale, per il risparmio, per le rinnovabili. Dovevamo aspettarci che il Governo non avrebbe facilmente abbandonato la filosofia che Scajola, Romani e Prestigiacomo avevano tenuto sugli scudi a copertura delle scorribande di Berlusconi presso i suoi amici Putin, Erdogan e Gheddafi e delle mire atomiche di Eni, Enel e Confindustria. Ma la mazzata arriva adesso con la manovra finanziaria “bipartisan”. Nel silenzio anche dell’opposizione vengono tolte di mezzo alcune misure che darebbero gambe alla vittoria referendaria e di fatto si creano le condizioni perché la crisi si traduca in un attacco ai beni comuni: acqua ed energie rinnovabili in particolare.

Dopo aver sottaciuto che in un solo anno il rialzo del costo del petrolio ci è costato più del costo degli incentivi al fotovoltaico pagato nel 2010 moltiplicato per più di sei volte, gli autori della manovra incoraggiano la privatizzazione delle aziende di trasporto collettivo, sottraendo così l’obiettivo del risparmio e della riduzione dei consumi al controllo diretto dei cittadini. Come se non bastasse, tra le detrazioni che subiranno la riduzione ci sono quelle del 36% sulla ristrutturazione del patrimonio edilizio e del 55% per gli interventi di riqualificazione energetica delle abitazioni. In compenso, si continuano ad approvare licenze per nuove centrali a combustibile fossile di gruppi privati, dimenticando che le centrali di Edison in questo 2011 (ormai giunto a metà) hanno funzionato per il 35% della loro potenzialità, con gli impianti di Sarmato, San Quirico, Porto Viro e Jesi che hanno lavorato in tutto fra gli 8 e i 23 giorni e solo per alcune ore!

Di fronte al fatto che in Italia un quarto dell’energia elettrica è già prodotta con fonti rinnovabili, si perpetua il regime di incertezza sul loro sviluppo e si reiterano attacchi sui più disparati argomenti: l’eccesso di esborsi per il fotovoltaico, le infiltrazioni mafiose nell’eolico, danni agricoli per sviluppare le biomasse. Mentre i poteri forti hanno fatto di tutto per contenere lo sviluppo di uno dei pochi settori che in questi anni di crisi è cresciuto e ha generato fatturato e posti di lavoro, i ministri competenti (si fa per dire…) hanno messo i bastoni tra le ruote allo sviluppo di reti e sistemi di stoccaggio per trovare il modo di conservare la parte di energia prodotta con fonti naturali e non direttamente consumabile.

Il ministro Romani ha dato ragione ad Enel (il gestore della produzione) contro Terna (il gestore della rete) per realizzare gli impianti di pompaggio (bacini idrici che servono a produrre corrente nei momenti di picco mentre nei momenti di basso consumo si “ricaricano” spingendo all’insù l’acqua), che funzionano come degli accumulatori di energia. Il fatto è che Terna non mirava tanto a far concorrenza alle società elettriche quanto a fare in modo che la rete diventasse funzionale all’assorbimento di volumi crescenti di generazione distribuita e non programmabile (i bacini sarebbero ottime “pile” per stoccare l’energia rinnovabile).

Il fatto è che sta accadendo una rivoluzione ad un ritmo che neppure gli ottimisti speravamo potesse verificarsi così celermente: le rinnovabili stanno cambiando il mercato elettrico e talune imprese come Enel iniziano a sentirsi dei dinosauri. Ed è esattamente questo che gli sconfitti del referendum vogliono contrastare! Anche a discapito della nostra industria, della ricerca e dello sviluppo nostrani. Mentre abbiamo le migliori tecnologie per il solare termodinamico, lasciamo che a progettare Desertec, Medgrid e il Piano solare per il Mediterraneo siano tedeschi e francesi. Per il ribasso della bolletta energetica (quale poi?), non servivano reattori ma cavi e sistemi per ridurre i costi complessivi dell’elettricità. Chi può spiegare tutto questo ai mentori dei grandi impianti e ai nostalgici del nucleare che ormai tutto il mondo respinge?