Quasi 13 miliardi. Per la precisione 12,8. Questo è il costo per l’Italia degli 80 punti di spread accumulati nelle ultime due giornate di borsa (passando, tra venerdì e lunedì, da 225 a 305 punti). Meno di un mese fa la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia dichiarava che “per un Paese con il debito pubblico come il nostro, cento punti base di spread equivalgono a regime a 16 miliardi in più di deficit pubblico”. Una stima confermata in questi giorni da molti analisti. I numeri di oggi significano dunque altri 13 miliardi di deficit, proprio nei giorni in cui viene proposta una manovra che punta al pareggio di bilancio nel 2014 con un intervento da 40 miliardi. La sfiducia per l’azione correttiva sul debito genera quindi nuovo debito, che verrà certificato nelle prossime ore, con le nuove emissioni di titoli (già domani verranno collocati 6,5 miliardi per titoli a scadenza breve, giovedì toccherà a quelle medio-lunghe): un circolo vizioso che rischia di alimentarsi fino ad arrivare al rischio effettivo di insolvenza. Un po’ come è accaduto alla Grecia, che ha raggiunto percentuali di interessi del 20% e oggi è al 17%.

Il dato dello spread definisce infatti la fiducia dei mercati nella solvibilità del debito, cioè il tasso di interesse che lo Stato deve pagare sui titoli di Stato. La misurazione avviene rispetto all’economia più solida dell’Unione europea, quella tedesca. Uno spread di 305 punti significa che per i Btp a 10 anni l’Italia deve pagare interessi del 3,05% in più rispetto alla banca centrale di Berlino (per una percentuale complessiva che attualmente supera il 5,6%). Più lo spread è alto, più l’impegno di remunerazione diventa, in prospettiva, gravoso.

Il problema-Italia, però, non riguarda solo il nostro Paese, ma tutta l’area euro, che già nei mesi scorsi ha approvato a fatica gli onerosi interventi di salvataggio di Grecia e Irlanda. Per evitare di dover ripetere l’esperienza, e soprattutto per fare in modo che la sfiducia sull’Italia trascini nel baratro le principali piazze di scambio dell’Eurozona, la pressione della Ue comincia a farsi sentire anche su Roma. Questa mattina si è saputo che già dopo il venerdì nero di Piazza Affari, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha telefonato al premier Silvio Berlusconi, sottolineando la necessità di “approvare al più presto la manovra e di fare riforme per il contenimento del debito: l’adozione di un bilancio rispondente alle “esigenze di risparmio e di consolidamento”.

“Sarebbe un segnale importante per ripristinare la fiducia nell’ambito della zona euro”, ha aggiunto la cancelliera, che si è detta “fiduciosa” sulle misure del governo. E il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha parlato di “manovra molto convincente, che mette l’Italia è sulla strada giusta”. Perché tutte queste dichiarazioni di fiducia con la viva speranza di invertire il trend sull’Italia? Sicuramente per evitare nuovi casi Grecia e Irlanda, ma soprattutto per la consapevolezza che se la crisi del debito travolgesse l’Italia, il contraccolpo per il sistema sarebbe ben più grave: la nostra è infatti la terza economia dell’Eurozona e rappresenta, insieme alla Spagna (l’altro paese nel mirino degli speculatori) il 30% del prodotto interno lordo complessivo dell’area euro.

Oggi le massime autorità europee si sono incontrate a Bruxelles per preparare la prossima riunione dell’Eurogruppo. E hanno parlato anche del caso italiano. La riunione dei vertici Ue che ha preceduto quella dell’Eurogruppo, ha spiegato il presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy, “è stata l’occasione per discutere delle questioni relative alla realizzazione di un nuovo programma per la Grecia ma anche per uno scambio di vedute sui recenti sviluppi nell’Eurozona”. Alla riunione “di coordinamento” hanno partecipato il presidente della Commissione Jose’ Manuel Barroso, il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, il presidente della Bce Jean-Claude Trichet e il Commissario Ue agli Affari economici e monetari Olli Rehn.

Intanto il commissario europeo al Mercato interno Michel Barnier ha annunciato che è intenzione della Commissione interdire l’analisi delle agenzie di rating sui paesi che sono stati o sono oggetto di aiuto internazionale. La misura, che servirebbe a contrastare gli attacchi degli speculatori, viene proposta dopo che il 5 luglio scorso Moody’s aveva tagliato il rating sovrano del Portogallo a ‘junk’ (spazzatura), con outlook negativo. Un’altra sferzata a Standard & Poors, Moody’s e Fitch è arrivata in mattinata da Viviane Reding, commissario con delega alla Giustizia, che in un’intervista a Die Welt ha affermato: “L’Europa non può farsi guidare da un cartello di tre società statunitensi”.