Fa un certo effetto, al momento della rituale presentazione dei musicisti, sentir pronunciare nomi come quelli di John Parish e Mick Harvey. Sono loro che accompagnano, al piano e alla chitarra, la nuova Polly Jean Harvey. Che si presenta sul palco di “Ferrara sotto le stelle”, unica data italiana del tour, con un virginale abito bianco di foggia quasi medievale e una singolare acconciatura di piume anch’esse bianche tra i capelli neri raccolti.

Creatura di silenzio, esile, imbraccia una sorta di piccola arpa e attacca con uno dei pezzi più intensi del suo nuovo album “Let England shake”, “The words that maketh murder”.

Canta la guerra, la nuova Polly Jean, mutevole come materia che si tramuti da uno stato all’altro, reinventandosi senza alcuna forzatura o volontà di spiazzare, semplicemente aderendo a nuovi movimenti, a nuove, personali ed intime spinte dell’animo.

E’ un concerto raffinatissimo quello che tiene incollata l’attenzione della folla di piazza Castello a Ferrara, numerosa anche se il concerto non fa il sold out. Un concerto che mantiene le sue promesse, nonostante alla fine rimanga la voglia di ascoltarla ancora, di ascoltare tutto.

Un’ora e mezza scarsa di concerto, bis incluso, incentrato per la maggior parte sui pezzi del nuovo lavoro, una sorta di opera rock dolente e dal respiro quasi sacrale, quello che potrebbe essere definito un concept album sul tema della guerra, passata e presente e di un mondo che si disfa incurante degli errori antichi e recenti.

Non più la rabbiosa dark lady degli esordi, Polly Jean, non più il grido di dolore di un animo tormentato e graffiato dalle spine di un sentimento amoroso tragico e distruttivo, ma una riflessione sul dolore della terra impregnata del sangue di battaglia, su di un’umanità piegata da ragioni che il singolo fatica a comprendere.

Un canto d’amore per la sua terra, quell’Inghilterra che celebra nel brano “England” introdotta da un rullo di tamburi (“Inghilterra/il paese che amo/lasci un gusto amaro in bocca/mi aggrappo a te/con un amore imperterrito, che non svanisce”).

Il pubblico dei fedelissimi non viene deluso quando la voce di Polly Jean intona un’asciutta versione di “C’mon Billy” o quando sovrasta l’elettronico suono sporco di “Down by the water”.

E anche se l’incursione negli album passati, da “Is this desire?” a “Stories from the city, stories from the sea” fino all’oscuro “White chalk” è, per ragioni di tempo, ristretta ad alcune gemme, l’esibizione di Polly Jean lascia i brividi.

La sua voce si modula in mille colori e timbri, tocca tonalità altissime ed eteree da antico canto celtico e poi si trasforma in liturgia per organo, controllata ma tutt’altro che fredda.

Non parla Polly Jean, pronuncia un timido “thanks for listening” a fine concerto, fa esplodere di entusiasmo il pubblico quando accenna qualche passo di danza, girando su se stessa e facendo ruotare la bianca sottana.

Non si concede per un secondo bis, nonostante il pubblico la reclami. Ma, si sa, alle divine si perdona ogni cosa, e ci si allontana in silenzio, per paura di rompere l’incanto.

Luciana Apicella

La fotogallery è di Roberto Serra