Provate a immaginare un’impresa più ardua del raccontare l’Italia a uno straniero. Nemmeno la mente più fantasiosa riuscirà a immaginarsi questa nostra realtà. Ora moltiplicate lo sforzo: pensate di dovergli spiegare il calcio italiano. Non le partite, i risultati e le prodezze dei nostri campioni. No. Proprio il nostro calcio con tutto il suo mondo, il suo immaginario e la sua concreta realtà – fatta di tifoserie e creatività, genio e violenza, scandali e denaro. Come se non bastasse, usate poi questa rappresentazione per farne uno specchio fedele dell’Italia.

Impossibile? No, è quello che ha fatto, vertiginosamente, Enric González. Era il 2003 quando è arrivato a Roma come corrispondente del quotidiano spagnolo «El Paìs». Una firma prestigiosa, allenata prima a Londra, Parigi, New York e Washington. Appena arrivato, viene raggiunto da una telefonata dalla redazione sportiva: «ci scrivi qualche pezzo?». Lui stava cercando casa, provava a imparare qualche parola d’italiano e tentava, affannosamente, di capire come metter insieme le prime cronache su un paese che gli sembrava incomprensibile. Ciononostante accetta. Nasce una fra le rubriche più seguite del giornale: “storie di calcio”.

Per anni, dal 2003 al 2007, ogni domenica il nostro si mette al lavoro e scrive le sue cronache. Magistrali. Vuoi per la filiazione, visto che suo padre è Francisco González Ledesma, maestro del giallo spagnolo. Vuoi per il modo di saper tenere insieme l’alto e il basso, come la descrizione della Juventus e della Roma nel campionato 2005-2006: le tattiche degli allenatori Capello e Spalletti sono analizzate alla luce dello scontro fra Sparta e Tebe, dove Capello assume le sembianze del generale spartano Licurgo, le cui strategie soccombono a Spalletti-Epaminonda, geniale comandante tebano che ebbe la meglio sugli avversari imparando dalle sconfitte.

Questi articoli vengono raccolti oggi in un libretto, Fuori campo. Cronaca tragicomica dell’Italia attraverso il calcio, che le edizioni Aìsara di Cagliari hanno appena mandato in libreria. Sono pagine garbate. Piacevoli da leggere e utili per pensare. Dove, fra una partita e un giocatore, c’è lo spazio per parlare di questione meridionale e di fenomeni sociali. Ci spiega González: «in Italia niente è evidente, e niente succede perché succede e basta… Forse perché quella italiana è una società dominata da una manciata di famiglie, forse perché l’interesse privato prevale su quello collettivo, forse perché l’estetica prevale sull’etica o perché l’italiano ama la fantasia e il segreto… Il calcio italiano è, in questo senso, un riflesso della vita nazionale».

E così, attraverso le tragedie del Torino, l’arroganza della Juventus, la follia della Roma, le assurdità dell’Inter, le avventure di Silvio Berlusconi e del Milan, prende forma il racconto di una nazione nella quale si vive questo sport come da nessun’altra parte al mondo, e che permette agli italiani di essere immaginifici, istrionici e stupefacenti – nel bene e nel male. Naturalmente c’è spazio per l’ironia. Dopo i soliti scontri allo stadio, provocati da una tifoseria di destra, ecco il commento: «Vedremo cosa succederà nel prosieguo della stagione. L’Italia in ogni caso è saggia, e saprà uscirne. Sa bene come trattare con i fascisti. Infatti è da anni che li mette al governo, negli stadi e ovunque sia necessario, tanto perché si distraggano e non vadano in giro a fare quello che gli riesce meglio: assaltare librerie».

Se poi c’è da parlare di qualche giocatore, ritroviamo forse le migliori descrizioni che mai siano state scritte. Siamo nel 2004, nel pieno del “fenomeno” Cassano. Ha 21 anni, gioca alla Roma, è decisamente brutto e buffone, ne fa di tutti i colori. Ma quando si diverte a giocare a calcio, Cassano, è un poeta. Uno di quelli che appartiene alla stirpe dei maledetti, perché tanta bellezza non può esser creata impunemente: «La poesia è capacità di condensare, di comprimere codici in pochi segni. E a questo si dedica Cassano, in quel palmo quadrato dell’area verso cui confluiscono il portiere e un paio di difensori, e dove un secondo è una vita. Cassano non è uno di quelli che tirano d’istinto: quello è giornalismo. Né è uno che pensa a come gli sia arrivato il pallone o a come segnare: quella è narrativa. E ovviamente non cerca il rigore: quella è saggistica. I piedi di Cassano intuiscono e sentono: indovinano dove c’è uno spazio, quanto si può aspettare, chi è, dove e perché. E, mentre segna, ride. Oltre a essere brutto, è crudele e sconsiderato. Cassano, poeta, bisogna goderselo finché dura». González aveva visto giusto, meglio di tanti nostri commentatori. E conclude non nascondendo le sue simpatie: «Per gli amanti di cose meno effimere, nella Roma c’è anche Francesco Totti, che, al momento, è il miglior calciatore al mondo. Anche se non è bello far dichiarazioni di queste proporzioni in modo così brusco».

A proposito di giornalisti sportivi, non manca il tributo a quelli che lo spagnolo chiama “grandi narratori”, il patriarca Gianni Brera e il contemporaneo Gianni Mura. Ma dopo il doveroso omaggio, aggiunge che nulla eguaglia per brillantezza gli anonimi autori degli striscioni. Come sappiamo bene, infatti, nei nostri stadi le tifoserie si parlano, beffeggiandosi, a colpi di striscioni. A volte spregevoli. Altre volte felici e scanzonati. Scrivere un bello striscione da curva è un’arte.

Da praticare però in gran segreto, perché se la tifoseria avversaria dovesse venire a conoscenza del contenuto, le repliche sarebbero devastanti. Come nel 2001, quando al derby della capitale va in scena quanto racconta González: «i giallorossi della Roma prepararono uno striscione colossale per il derby contro i biancocelesti della Lazio. La Roma era la squadra campione in carica e l’occasione richiedeva un tocco di sublime poesia. Quando entrò in campo la squadra romanista, sulla curva si alzò una scritta gigantesca in suo onore: “Roma, alza gli occhi e guarda il cielo: l’unica cosa più grande di te”. Dopo pochi secondi comparve, sulla curva laziale, un altro striscione delle stesse dimensioni: “Infatti è biancoceleste”».