Riduzione della spesa pubblica, ma senza squalificarla. Attenzione a intervenire su pensioni e lavoro, con l’aiuto dei capitali evasi che possono essere recuperati. E’ questo il monito lanciato al Governo – alla vigilia della discussione della manovra finanziaria del ministro Giulio Tremonti – dalla Corte dei Conti. Che oggi ha presentato la sua relazione sul rendiconto generale dello Stato. La necessità, ha spiegato il presidente Luigi Giampaolino, è la ricerca di “un difficile punto di equilibrio tra riduzione del debito pubblico e ritorno alla crescita economica”. “In tale ottica – continua – la corretta allocazione delle risorse pubbliche è fondamentale”. Tagli “di dimensioni inconsuete” che però non devono penalizzare un sistema “quantitativamente ai limiti della sostenibilità, per le amministrazioni centrali come per quelle locali”, specifica il presidente di sezione Luigi Mazzillo.

A dare un’idea della spesa è stato il presidente di sezione della Corte, Maurizio Meloni. Da una prima verifica generale “delle spese relative al personale dei Ministeri”, ha spiegato, “la spesa complessiva risulta in riduzione tra il 2010 e il 2009 di circa un punto per cento”. I residui attivi italiani – cioè le somme accertate ma non riscosse – “raggiungono la soglia record di circa 230 miliardi”, riferisce il presidente. I residui passivi – le spese impegnate ma non ancora effettuate – tornano invece “a superare il livello dei 100 miliardi”. E non va meglio guardando la situazione debitoria del Paese che “presenta punti oscuri”. Il procuratore generale aggiunto della Corte dei Conti, Maria Teresa Arganelli, fa riferimento “al differimento dei pagamenti ai creditori dello Stato e delle autonomie locali, in tempi talvolta lunghi, calcolati in alcuni punti di Pil”. Oltre a questo, da calcolare sono i rapporti tra le autonomie locali e gli enti partecipati, “che possono nascondere situazioni debitorie o modalità di indebitamento in funzione del vincolo del patto di stabilità, i cui effetti possono produrre squilibri di bilancio nascosti”, spiega Arganelli. “Preoccupazione ancora – aggiunge il procuratore – desta la situazione debitoria di taluni enti che hanno fatto ricorso per la gestione dei debiti ai derivati”.

In questo quadro si inserisce la stagnazione economica italiana. Su cui pesa un fattore non irrilevante, sottolinea la Corte dei Conti: il calo degli investimenti pubblici. “Appaiano in tal senso scarsamente condivisibili – spiega Arganelli – le norme che fissano vincoli per il rispetto del patto di stabilità agli enti locali, che di fatto impediscono investimenti ad enti che dispongono in bilancio di sufficienti risorse finanziarie”. Per Arganelli, il meccanismo è tanto preoccupante quanto più porta a formare “un circuito vizioso in forza del quale le inefficienze di taluni enti vengono pagate da enti virtuosi”. “Improrogabile”, quindi, per ridare aria all’economia, “un intervento in materia fiscale che riduca in misura significativa le aliquote sui redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati”, continua il procuratore della Corte. Il già previsto aumento dell’inflazione nei prossimi anni, potrebbe provocare ulteriori erosioni del potere d’acquisto delle famiglie, “con conseguente diminuzione del reddito reale e ulteriore contrazione del mercato interno”.

Ma per la Corte c’è una buona notizia: “Restano quanto mai ampie le possibilità di maggior gettito legate alla lotta all’evasione”. Ne è convinto il presidente di sezione Luigi Mazzillo, secondo cui gli strumenti giudiziari esistenti, gli accordi internazionali, le moderne tecnologie e “l’elevata professionalità ed esperienza del personale dell’Agenzia delle Entrate e dei verificatori della Guardia di Finanza rendono fattibili obiettivi anche ambiziosi di introiti aggiuntivi con il contrasto all’evasione”. Per l’Istat, il dato da recuperare con l’economia sommersa si aggira intorno al 17,5 per cento del Pil.