Primo post sul mio blog del Fatto. E’ un orgoglio esserci e subito preciso che scriverò di wwworkers, ovvero dei nuovi lavoratori della rete. Con questa espressione ho definito coloro che lasciano il posto fisso per scelta o per necessità e si mettono in proprio sul web. Sono ormai migliaia: con passione e senza protezione vanno in rete, scommettono e spesso vincono. Nonostante tutto. Nonostante un sistema lavoro che in Italia è imbalsamato da logiche di casta e allergico a ogni innovazione. E nonostante una rete che fatica a imporsi da un punto di vista infrastrutturale (cinque milioni di italiani sono tagliati fuori dalla banda larga e piagati dal digital divide).

L’altro giorno, per esempio, sono rimasto di sasso quando un mio vecchio amico mi ha raccontato del suo lavoro. Daniele, questo il suo nome, lavora da quindici anni in una multinazionale dell’Ict legata alle reti di nuova generazione. Ben dodici anni li ha trascorsi nella sede italiana a Milano. Poi, stanco di restare al palo, ha chiesto (e ottenuto) il trasferimento. Daniele da tre anni vive e lavora a Parigi, stessa azienda ma filiale francese. Da qualche settimana l’azienda si è spostata di sede in un sobborgo parigino e ha concesso a tutti i dipendenti per 2 giorni su 5 a settimana il telelavoro. Così Daniele lavora due giorni da casa. Lavora meglio. Ed è felicissimo.

Miracoli d’Oltralpe. Da noi ad oggi solo il 3.9% della forza lavoro occupata telelavora (dati ManagerItalia): soltanto 800 mila persone. La previsione è che durante quest’anno si arriverà al 7% degli occupati. Nel resto dell’Europa le cose vanno diversamente: un lavoratore su cinque telelavora nel Regno Unito, Germania e Danimarca; uno su quattro è in remote working in Finlandia, Paesi Bassi e Svezia.

Il telelavoro è la quotidianità per i lavoratori in proprio della rete: tutti o quasi lavorano da casa. Ma questo discorso potrebbe interessare alle aziende perché chi telelavora fa risparmiare l’impresa. British Telecom in dieci anni di telelavoro ha risparmiato addirittura 300 milioni di euro solo sulle spese per gli immobili. Quella italiana è davvero tutta un’altra storia. Da noi i dipendenti sono sottopagati e tenuti al guinzaglio. Ne sa qualcosa, ministro Sacconi?