“Lo slogan di questa giornata è: un solo rifugiato senza speranza è troppo. Ma voglio aggiungere anche che ‘un solo rifugiato che annega è troppo’”. Così l’Alto Commissiario dell’Onu per i Rifugiati Antonio Guterres ha con diplomatica cortesia mosso le sue critiche al governo italiano per la gestione della crisi tra Lampedusa e le coste nordafricane. In un’affollata conferenza stampa presso la sede dell’Associazione Stampa Estera a Roma, Guterres ha elogiato il lavoro delle Capitanerie di Porto e della Guardia di finanza nelle operazioni di soccorso ai barconi dei migranti e dei rifugiati che puntano sulle coste di Lampedusa, così come ha espresso parole di grande gratitudine per gli abitanti dell’isola al largo delle coste siciliane.

Il capo dell’UNHCR, però, ha scelto per la prima volta di presentare il rapporto annuale Global Trends 2010 a Roma anche per mandare un messaggio all’esecutivo italiano e agli altri governi dell’Unione Europea: “C’è la percezione diffusa che tutti i rifugiati vogliano venire verso il nord del mondo, verso i paesi ricchi. Le cifre contenute nel nostro rapporto statistico annuale dicono l’esatto contrario. I quattro quinti dei rifugiati nel mondo sono ospitati nei territori di paesi del sud. Anche le richieste di asilo vengono rivolte principalmente ai paesi del sud del mondo. Il Sudafrica per esempio ha ricevuto nel 2010 circa 180 mila richieste di asilo, mentre i più richiesti tra i paesi occidentali, cioè Stati Uniti e Francia, non arrivano a un quarto di questa cifra”.

Il 2010 è stato un anno molto duro per i rifugiati, arrivati ormai a sfiorare i 34 milioni di persone nel mondo. Una cifra abbondantemente superata, peraltro, se si considerano nel calcolo i quasi cinque milioni di rifugiati e sfollati palestinesi che non sono di “competenza” dell’UNHCR ma di un’altra agenzia delle Nazione Unite, l’UNRWA. “L’aumento del numero dei rifugiati è dovuto principalmente a due fattori – ha detto Gueterres – Il primo è l’apertura di nuove crisi mondiali, come quelle nel Nord Africa, nello Yemen, in Costa d’Avorio. Il secondo è che le vecchie crisi, come quelle in Afghanistan, Iraq, Repubblica democratica del Congo e Somalia non sono affatto in via di soluzione”.

Il quadro negativo, peraltro, non si limita a questi già preoccupanti dati: “Nel 2010, per la seconda volta negli ultimi decenni, è drasticamente diminuito il numero di rifugiati che hanno fatto ritorno al proprio paese in condizioni di sicurezza – ha spiegato Gueterres – Negli anni precedenti avevamo riportato a casa circa un milione di rifugiati ogni anno, mentre nel 2009 sono stati 240 mila e nel 2010 meno di 200 mila”. La ragione di questa inversione di tendenza, secondo le analisi dell’UNHCR, va cercata nel peggioramento della situazione di sicurezza in alcuni dei principali paesi di fuga, dall’Afghanistan alla Somalia, dal Sudan al Congo, il 2010 è stato un anno di recrudescenza dei conflitti interni e internazionali, con conseguenze pesantissime per la vita dei rifugiati e per i programmi di reinserimenti che l’Onu sostiene.

Ultimo dato preoccupante tra quelli contenuti nel rapporto è che nel 2010 è aumentato il numero di rifugiati che si trovano in questa condizione da più di cinque anni: sono in tutto 7,2 milioni, la cifra più alta dal 2001, con il record assoluto per gli afghani, oltre 3 milioni e mezzo sparsi tra Iran e Pakistan, alcuni dei quali sono rifugiati dal 1979, dai tempi dell’invasione sovietica.

Il risultato di questi fatto è che nel 2010 è stato toccato il record assoluto di rifugiati e sfollati interni nel mondo, il dato peggiore da mezzo secolo in qua.

Di fronte a questa catastrofe, per lo più invisibile ai media occidentali proprio perché avviene lontano dalle nostre coste e dalle nostre telecamere, Guterres ha richiamato i paesi ricchi alle loro responsabilità. “Da quando è scoppiata la crisi libica, un milione di persone hanno lasciato il paese, dirette in Egitto e in Tunisia – ha raccontato l’ex primo ministro portoghese scegliendo un esempio non casuale – In Italia sono arrivati meno del 2 per cento del numero dei profughi che hanno passato le frontiere terrestri della Libia. E’ chiaro che ciascun paese ha il diritto di decidere la propria politica riguardo all’immigrazione per motivi economici, ma deve essere chiaro che quello che chiediamo è che in nessun caso si possano chiudere le frontiere di fronte a chi fugge dalla guerra”.

Diplomaticamente, non c’è un destinatario per questo messaggio, ma non è difficile leggere il nome del ministro dell’Interno Roberto Maroni, che ancora al raduno di Pontida ha difeso la politica dei respingimenti indiscriminati, una politica che l’UNHCR ha sempre contestato proprio perché, al di là delle altre considerazioni umanitarie, impedisce di valutare se chi fugge è un potenziale rifugiato o meno.

I numeri del rapporto UNHCR 2010, inoltre, dicono che l’Italia – ancora priva di una legge sul diritto d’asilo – ospita sul suo territorio una percentuale minima di rifugiati, meno di uno ogni mille abitanti (in totale sono circa 57 mila) rispetto ai 4 del Regno Unito, ai 7 della Germania, fino ai 9 della Svezia.

“Il secondo appello che voglio rivolgere ai governi dei paesi ricchi è che serve il loro sostegno per i programmi di reinserimento e per aiutare i paesi del sud del pianeta che nonostante le loro spesso difficili situazioni interne continuano a ospitare la stragrande maggioranza dei rifugiati del mondo”. L’esempio offerto per il primo caso è quello di circa 3500 rifugiati eritrei e somali rimasti bloccati al confine tra Tunisia e Libia e su quello libico-egiziano. Non possono tornare nei paesi di origine e quindi l’UNHCR sta lavorando per trovare loro sistemazioni in altre zone del mondo. Appena 900 hanno trovato un posto in Europa. “Ho conosciuto una famiglia tunisina che da due mesi ospita in casa propria una famiglia libica fuggita dalla guerra, e in Costa d’Avorio ho visto persone dividere con i rifugiati le riserve di riso che avrebbero dovuto essere usate per la nuova semina – ha raccontato ancora Guterres – Sono cose che scaldano il cuore e riconciliano con l’idea di umanità, ma sono anche degli esempi di solidarietà dal basso che ci dicono quanto ci sia bisogno del sostegno economico e logistico dei paesi più ricchi per evitare che anche il 2011 sia un anno nero per i rifugiati nel mondo”.

di Joseph Zarlingo – Lettera 22