Parecchi mi hanno scritto dopo la mia breve intervista del 12 giugno 2011 su Report di Milena Gabanelli. A ragione i risparmiatori italiani si preoccupano per l’inflazione, visto che nel passato è stata causa di perdite ben maggiori di Argentina, Parmalat, Lehman Brothers ecc. messe insieme.

Per fortuna ora sono disponibili soluzioni molto valide: dal 2003 il Tesoro emette i Btp-i, diversi dai tradizionali Btp, e dal 2006 le Poste collocano buoni fruttiferi agganciati proprio al costo della vita in Italia. Sui titoli per difendersi dall’inflazione c’è un’apposita pagina web sul sito dell’Università di Torino, dove insegno.

Ma è la conclusione della mia intervista che merita di essere approfondita. Cioè l’affermazione che lo strumento più difensivo nei confronti dell’inflazione è il Tfr. Accantonato presso l’azienda o l’Inps, il suo potere d’acquisto è garantito anche con tassi d’inflazione sopra il 6%, al contrario di come viene sempre detto. Il riferimento corretto è infatti il Tfr netto, che spetta al lavoratore, non quello lordo d’imposta.

I calcoli sono un po’ complessi e per essi rinvio a mie pubblicazioni, come per esempio La pensione tradita. Ma la tabella che segue, riferita per semplicità a un solo anno, dà un’idea di quale valido baluardo contro l’inflazione sia il Tfr.

Chi quindi ha la fortuna (!) di avere il Tfr, se lo tenga stretto: destinarlo a fondi pensione o simili è una scelta pericolosissima, soprattutto da parte dei giovani. Esistessero titoli con lo stesso meccanismo, sarebbero ancor più difensivi di buoni fruttiferi, Btp-i e affini (vedi un mio articolo).

Strafalcioni confindustriali.
Che l’inflazione sia un tema caldo, lo crede anche il giornale della Confindustria, che le dedica una delle sue terribili Guide del Sole. La pagina d’apertura (Il Sole 24 Ore del 10 giugno 2011, pag. 45) riporta in evidenza le “Cinque mosse vincenti”. Dopo abbondanti banalità e aria fritta, ecco la mossa decisiva: “Valutare la soglia critica”. Il ragionamento è tanto rozzo quanto sbagliato: da maggio 2010 a maggio 2011 i prezzi sono saliti del 2,6% e quindi offrirebbero “rendimenti reali netti positivi” le obbligazioni a più del 2,972% lordo (che sfoggio di pseudo-precisione inutile!).

Ma bravi merli! Quella era l’inflazione dei 12 mesi precedenti. Mica detto che un’obbligazione, magari pluriennale, al 2,6% netto difenderà dall’inflazione. Dipenderà dall’andamento dei prezzi futuri, non di quelli passati.

Abbiamo poi a pag. 47 il solito Angelo Drusiani, intervistato per la millesima volta e presentato come “l’esperto di Banca Albertini Syz & C.” (poveri clienti, se quello è il livello degli esperti). Ritenendosi titolato a dare lezioni, afferma che “i titoli in teoria più adatti a tenere il passo del carovita sono quelli a cedola variabile, come i Cct, e […] i bond con cedole ancorate all’Euribor”.

Ma se proprio uno vuole fare della teoria, almeno la faccia bene. Su cosa consigliare in pratica si possono avere pareri diversi, ma di sicuro la teoria insegna senza eccezioni che i titoli intrinsecamente anti-inflazione sono altri, ovvero quelli ancorati proprio al costo della vita. Ci vuole tanto a capirlo? I tassi finanziari (Bot, Euribor…) possono tornare molto sotto l’inflazione, come già capitato. Per esempio, nel 1980 con inflazione al 21,1% e Bot al 14,55%.

Accanto all’articolo, un’enorme tabella di rendimenti, con dovizia di dati sbagliati e assurdità assortite. Per esempio, nel 2010 il rendimento reale dei Btp non è stato positivo (2,08% pubblicato dal Sole 24 Ore), bensì negativo (-2,2%) in conseguenza di un rendimento nominale circa nullo (-0,3%, vedi l’indice Btp del mercato telematico) e un’inflazione dell’1,9%. Così è strampalato il confronto fra rendimenti ventennali dei buoni postali e inflazione di un solo anno.

Massima incompetenza e massima autostima: ecco il binomio vincente del giornalismo confidustriale.