Ebbene sì, io, San Precario, protettore di precari e precarie, Co.co.co., esternalizzati, delocalizzate, stagisti, partite iva, lavoratori in nero e disoccupate sono il santo peggiore d’Italia, per nomina ufficiale del ministro Renato Brunetta. Meglio che diventare cavaliere o commendatore. È successo ieri e l’avete visto tutti: alcuni precari e precarie della pubblica amministrazione e dei Punti San Precario di Roma hanno cercato di prendere la parola al convegno sull’Innovazione presenziato dal ministro Brunetta (il “furbetto” descritto dall’Espresso). Appena la persona invitata a parlare ha pronunciato la parola “precari” il ministro le ha voltato la schiena e se n’è andato dicendo: Siete l’Italia peggiore. Dopo di che ha strappato lo striscione ed è salito sulla sua auto blu, mentre uno dei precari veniva strattonato da un membro dello staff del ministro. Il video è già un successone (purtroppo) della rete, e in migliaia stanno invadendo la bacheca Facebook di Brunetta per dirgli quello che pensano del suo comportamento.


Ora, è evidente che un ministro che rifiuta di parlare con le persone che dovrebbe rappresentare e che per di più vivono una condizione di difficoltà lavorativa, è già di per sé un caso incredibile. Ma magari fosse tutto qua. Il ministro ritiene che i precari siano “l’Italia peggiore”. Siamo fannulloni, scaldasedie, bamboccioni, scioperati. Non facciamo un c… dalla mattina alla sera, anzi peggio, roviniamo la vita a quelli che “lasciatemi lavorare”. L’Italia peggiore siamo noi, che lavoriamo 60 ore a settimana per mille euro al mese, che dobbiamo elemosinare un rinnovino, che col Co.co.pro. ci fanno timbrare il cartellino e non abbiamo nemmeno la malattia e la pensione, che facciamo stage di sei mesi senza vedere una lira eppure tiriamo avanti la baracca. Abbiamo ingoiato rospi e perso per strada i diritti acquisiti da decenni, e per cosa?

Perché dobbiamo dirlo chiaramente: la precarietà serve a mantenere alti i profitti. Noi creiamo la ricchezza di questo paese e qualcun altro se la mette in tasca. Mentre l’Italia negli ultimi dieci anni non cresceva di un euro (battendo solo Haiti e Zimbabwe, come ricordava l’Economist la settimana scorsa), i profitti volavano e le vendite di Suv aumentavano. Vi siete chiesti come mai? Ecco l’Italia “migliore”, quella degli imprenditori senza scrupoli che sfruttano il lavoro precario abusandone, che ci chiedono se siamo incinte prima di farci un contratto di sei mesi, che ci lasciano a casa se facciamo passare un volantino sindacale, che chiudono baracca e burattini appena conviene. Quella dei ministri dell’istruzione che tagliano e licenziano, delle consulenze milionarie e delle ruberie legalizzate. Quell’Italia lì fa i soldi. Noi, l’Italia peggiore, facciamo i salti mortali per pagare l’affitto e non ci è nemmeno permesso di prendere parola con un ministro che è stato messo lì non per tutelare il settore che dovrebbe rappresentare, la pubblica amministrazione, ma per smantellarlo e umiliarlo.

Siamo noi, l’Italia peggiore, a dover risolvere questa situazione, e per farlo dobbiamo diventare protagonisti e smetterla di subire e lamentarci. Se incrociassimo le braccia e smettessimo di lavorare per un tozzo di pane, il paese si fermerebbe. Perché senza di noi, l’Italia “migliore” degli imprenditori e dei ministri d’accatto che ci ritroviamo non sarebbe capace nemmeno di farsi il caffè.