Aveva legato una corda intorno al collo e l’altra estremità al corrimano della scala. Poi si era lanciato giù con la sua carrozzina. Siamo nel gennaio 2010 e Silvio Balsamo, condannato in via definitiva per mafia e omicidio e agli arresti domiciliari, si suicida nella sua abitazione. Ma ora la Procura ha accertato che si trattava solo di una messa in scena finita tragicamente. Il suo obiettivo infatti era fingersi pazzo per evitare di tornare in carcere.

Nella consulenza del medico legale incaricato di ricostruire l’evento si legge, infatti, di un impiccamento “atipico e incompleto”. Voleva compiere un gesto dimostrativo, poi scaturito nella morte. Per rendere più plausibile il tentativo di suicidio aveva cosparso di sale il cappio per accentuare l’impronta del nodo scorsoio sul collo e renderlo quindi compatibile con un inizio di strangolamento.

Silvio Balsamo è stato condannato nel 2003 dalla Corte d’Assise di Catania per reati di associazione mafiosa. Era legato al clan catanese di Giuseppe Ferone, ed implicato nell’omicidio di Massimiliano Ternullo. Veniva considerato un soggetto pericoloso, e dalla sua casa di Imola continuava a intrattenere ottimi rapporti con il capo della cosca Ferone, a cui era affiliato.

Il 42enne si trovava in cella a Ragusa già nel 2000, quando chiese di verificare al centro di eccellenza di Montecatone, in provincia di Imola, la diagnosi di “paraparesi agli arti inferiori di natura da determinare”. Il permesso fu accordato e il mafioso arrivò in Emilia Romagna nell’ottobre del 2000.

Tre mesi dopo approda nella struttura di Montecatone anche Mauro Menarini, 52 anni, responsabile del Dipartimento di Medicina Riabilitativa ed Unità Spinale, che nel 2001 sottopone il mafioso ad alcuni esami. Diagnosi: “siringomielia dorsale”. Viene accertata così l’impossibilità per Balsamo di camminare e viene costretto a girare su una sedia a rotelle.

Ma in realtà il mafioso godeva di ottima salute. Il medico, immediatamente sospeso dal ruolo clinico e organizzativo che ricopriva, è stato arrestato il 6 dicembre scorso con l’accusa di aver rilasciato certificazioni false che attestavano la grave invalidità e per truffa. Arresto poi commutato in obbligo di dimora.

Il procuratore aggiunto Valter Giovannini e il pm Lorenzo Gestri hanno iscritto nel registro degli indagati anche il primario Augusto Costa, per false dichiarazioni, avendo espresso troppi “non ricordo” durante le audizioni. Le indagini stanno per essere concluse.

Ma è anche indagata Ilja Gardi, vicepresidente del Montecatone Rehabilitation Institute, per intralcio alla giustizia, in quanto avrebbe tentato di “controllare” preventivamente le audizioni dei vari testimoni, come medici e operatori sanitari, convocati in Procura. Gardi, insieme con Costa, avrebbero aiutato Menarini, che nel corso di dieci anni avrebbe redazzo certificati medici falsi al mafioso riscontrando una patologia irreversibile, con un’invalidità del 100 per cento e di conseguenza incompatibile con la detenzione in carcere. Con quei certificati, infatti, il mafioso aveva ottenuto gli arresti domiciliari e una pensione Inps da circa mille euro al mese.

Grazie ad una perquisizione del gennaio 2010 messa a segno dalla Polizia nella casa di Balsamo, gli agenti della Squadra mobile e del commissariato di Imola, avevano però trovato importanti riscontri all’ipotesi della finta malattia: centinaia di cateteri nuovi di zecca e due filmati, realizzati in casa, in cui l’uomo era ripreso mentre si alzava dalla sedia a rotelle camminando normalmente, e un altro in cui ballava la “macarena” con un’amica. Nel novembre 2008 era stato inoltre sorpreso a guidare un’auto dai vigili urbani. Partecipava quindi a balli di gruppo, guidava l’auto, aveva una normale vita, anche sessuale.

E così il rischio era quello di dover tornare in carcere. La pena da scontare, infatti, sarebbe terminata nel 2023. L’unica via da tentare per evitare la galera, secondo Balsamo, era quella di simulare la pazzia. Ci furono infatti due tentativi di suicidio, entrambi sventati, che erano stati messi in atto con un’ingestione di farmaci.

La terza volta invece ha tentato di impiccarsi, ma è finita in tragedia. Prima di lanciarsi giù dalle scale con la carrozzina e la corda legata al collo aveva telefonato ad un’amica, inconsapevole del piano del mafioso, che sarebbe dovuta arrivare a casa sua per sventare la morte all’ultimo minuto. Ma la donna non sarebbe poi arrivata.