1. Non è vero che è solo sull’acqua oggetto del referendum, ma non si ha il coraggio di dirlo: trasporti pubblici, rifiuti, asili ed altro.
    Tutti i servizi comunali sarebbero esentati dall’obbligo di gara. E questo obbligo, si badi, significa solo cercare di ridurre i costi di produzione del servizio, a beneficio degli utenti, o dei contribuenti se i servizi sono sussidiati.
  2. Non è vero che le gare comportano la privatizzazione dei servizi locali: le gare sono periodiche, e il capitale (reti ecc.) rimane pubblico.
    La periodicità delle gare rende il vincitore, pubblico o privato, molto più attento a rispettare il contratto, e rende meno facile la collusione con l’amministrazione appaltante. Naturalmente è possibile fare bene o male le gare, ma non si tratta comunque di privatizzazione.
  3. Non è vero che il referendum riguarda la socialità dei servizi, anzi: più costa produrli, meno sarà possibile erogarli a prezzi bassi.

Oggi i costi di produzione dei servizi in Italia sono molto alti, soprattutto per “voto di scambio” con gli addetti. Data la limitatezza delle risorse pubbliche, se si vuole mantenere un buon livello di socialità nel sistema, cioè tariffe basse, occorre ridurre drasticamente quei costi. D’altra parte, affidare un servizio ad un privato non preclude in nessun modo la missione sociale dello stesso: il concedente (pubblico) può richiedere che il concessionario (pubblico, privato o misto) produca servizi perfino gratuiti per il cittadino, naturalmente definendo il livello di servizio e pagando un corrispettivo adeguato (ma minimizzato, data la natura competitiva delle gare).

  1. La gestione pubblica attuale, che si vorrebbe mantenere intatta col referendum, ha prodotto una voragine che qualcuno comunque dovrà pagare.

Questo spesso vale per il servizio idrico in particolare, per il quale non si sono fatti né manutenzione né investimenti: un terzo dell’acqua viene perduta per questo motivo. O dovranno pagare gli utenti con tariffe più alte, o i contribuenti con tasse più alte, ma bisogna dirlo.

  1. Se si sussidia un servizio, occorrerà rinunciare ad altri, il che è legittimo, ma non è legittimo tacerlo: ci vuole trasparenza.
    Una alternativa ulteriore è ovviamente rinunciare ad altri servizi, se si vuole sussidiare l’acqua. O alzare le tariffe altrove: per esempio, i trasporti pubblici italiani hanno le tariffe più basse d’Europa. Ma bisogna dirlo.
  2. Le gare possono essere truccate da amministrazioni incapaci o corrotte: immaginiamoci cosa faranno senza gare… che servono almeno a evidenziare le inefficienze e i costi veri. Le imprese possono anche essere colluse per alterare le gare: questo vale sempre, ma l’Antitrust si è dimostrata efficace. Al più, la concorrenza deve essere rafforzata, non eliminata per legge!
  3. Il capitale per investimenti costa comunque alle amministrazioni pubbliche: si può far finta di no, e farlo pagare ai contribuenti, ma è un imbroglio populista.
    Tutti gli investimenti pubblici sono fatti attraverso l’indebitamento, e quindi pagando costi di capitale. Ci sono tecniche consolidate per determinare il corretto costo del capitale da riconoscere (“l’equo profitto”). La conseguenza è che senza una retribuzione minima del capitale le banche non presteranno soldi né a pubblici né a privati, e tutti gli investimenti si bloccano.
  4. Le tariffe per l’acqua oggi sono bassissime perché non si fanno le manutenzioni e gli investimenti (60 MD€ di buco), per ragioni consenso elettorale (“tanto qualcuno pagherà…”).
    La produzione del servizio idrico costa in realtà molto cara: se si vuole sussidiarla, cioè farla pagare ai contribuenti e non agli utenti, occorre o alzare le tasse o fare rinunce in altri settori (cfr. punti 4 e 5).
  5. Se una gestione pubblica ha costi di produzione più bassi, a parità di servizio e di manutenzione, di una privata, vincerà la gara.
    In quel caso, tutto rimane come prima perché evidentemente la situazione non è migliorabile. Non voler fare le gare (come è emerso chiaramente nel settore dei trasporti in questi anni), è solo indizio di malafede e di volontà di continuare pratiche di sottogoverno.
  6. L’acqua è certamente un bene pubblico, esattamente come molti altri servizi indispensabili, ma bisogna decidere democraticamente, e caso per caso, le priorità sociali
    Queste priorità possono essere molto differenziate tra area e area, e anche in funzione di orientamenti politici diversi (perché sussidiare l’acqua a case di vacanza, con costi elevatissimi per rifornirle? Perché sussidiare i ricchi? Perché non le case popolari? Ecc.ecc.). Perché nessuno si scandalizza se già oggi viene remunerato il capitale investito nelle reti elettriche e di distribuzione del gas? Sono forse meno essenziali dell’acqua?

Certo la normativa in discussione ha dei difetti (il 7% di costo di capitale dovrebbe essere più flessibile, e l’autorità a difesa degli utenti più indipendente), ma tornare a un passato indifendibile per chissà quanto tempo appare suicida.

Per concludere: qualcuno ricorda lo slogan berlusconiano “meno tasse e più pensioni”? Chi non sarebbe d’accordo? Lo spirito dell’attuale referendum sembra davvero molto affine a quello slogan.