“Eh già noi siamo ancora qua”. Usa le parole di Vasco, Giordano Biserni, per rispondere, a vent’anni di distanza, a chi nel 1991 diede a quell’allora piccola associazione di amici e sostenitori della polizia stradale non più di sei mesi di vita.

Sabato l’Asaps ha festeggiato i suoi primi 20 anni e ha scelto di farlo con un convegno dedicato al “ruolo della comunicazione per una più efficace sicurezza stradale”, convegno a cui il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito una propria medaglia di rappresentanza.

Biserni mette sul piatto i capelli bianchi, dice che “la passione affatica”, ma – a detta di tutti – non perde smalto, e naturalmente non solo per quell’accento romagnolo e per quelle sue sempre pronte battute, che poi sono metafore e paragoni che bene ci danno la misura di cosa parliamo quando parliamo di strage stradale.

É il 1991 quando un gruppo di agenti (sedici, precisamente) sceglie di dire basta: troppi campanelli suonati, troppe patenti tornate a casa senza figli – per dirla con uno dei motti dell’associazione: “è meglio che torni a casa un figlio senza patente che una patente senza figlio”. Biserni ricorda di quella casa con le luci accese nelle stanze, di quella casa in cui avevano capito già prima che si presentassero loro, gli uomini della Polstrada. L’Asaps è nata perché campanelli come quello potessero suonare sempre meno, “per dare un contributo al senso civico quando sembrava dilagare solo un senso cinico”.

Dà alcuni dati: dal 1950 in Italia 400 mila morti e 14 milioni di feriti.

Parla di comunicazione anche negli spot tv: “Guardate le pubblicità di quelle macchine che viaggiano su strade a zero traffico, sui tornanti alpini e sulle coste amalfitane con asfalto super levigato senza una buca e segnaletica orizzontale perfetta. Ma dove le trovate quelle strade?”.

Su quest’onda pone l’accento su una comunicazione che sottostima la strage stradale, ma non ci molla un secondo con servizi sui delitti del momento, ieri Cogne oggi Avetrana. Ricorda che dal rapporto Istat “sono scomparsi i dati riguardanti gli scontri causati da consumo di alcol e droga”, come aveva già scritto lo scorso 17 novembre sul sito dell’associazione commentando i dati relativi al 2009.

Ma in questi 20 anni non abbiamo giocato solo in difesa, qualche goal l’abbiamo fatto: i cavalcavia numerati, la battaglia contro l’abuso di alcol e droghe e per l’incentivazione degli etilometri, la segnaletica maggiorata per evitare i contromano, la battaglia contro l’innalzamento dei limiti a 150 in autostrada e quella per la patente a punti” e a questo proposito sfodera una di quelle battute che bene rappresentano il suo stile: “Siamo gli unici che guadagnano punti semplicemente per aver fatto il nostro dovere, seguendo questo ragionamento se andiamo in metro senza borseggiare nessuno dopo due anni dovrebbero regalarci due portafogli”.

Negli uffici di via Consolare a Forlì ragionano sui contenuti con serietà, passione, competenza: “Il nostro patrimonio è la credibilità“.

Dice bene Biserni, e questo gli viene riconosciuto dai giornalisti chiamati a intervenire al convegno, dall’ex direttore di “Quattroruote” Tedeschini a Borgomeo di “Repubblica”, dalla giornalista Rai Emanuela Falcetti al direttore del QN (Carlino, Nazione, Giorno) Visci, dal responsabile della pagina Motori di Virgilio.it Morosini ai direttori Lanzetti (Corriere di Romagna) e Fregni (La Voce di Romagna).

Lo sottolinea anche la presidente dell’Aifvs, Giuseppa Cassaniti Mastrojeni – arrivata apposta da Messina perché “è essenziale essere presenti”. Così le autorità intervenute tra cui il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi.

Biserni sottolinea: “Nel 1991 le vittime della strada erano ottomila, oggi la proiezione relativa ai dati del 2010 parla di 4000. In questo dato c’è la nostra impronta, eccome. Di questo siamo molto orgogliosi!”.

Durante il convegno sono stati consegnati i riconoscimenti ai familiari di alcune vittime della strada, come Antonella Savi, infermiera di Tivoli morta mentre di notte e sotto la pioggia soccorreva gli occupanti di una vettura coinvolta in uno scontro sulla A24 il 7 settembre 2010. Riconoscimenti anche ai familiari di caduti della Polstrada, come il maresciallo Luigi D’Andrea, medaglia d’oro al valor civile alla memoria, ucciso dalla banda Vallanzasca a Dalmine il 7 febbraio 1977, la vedova del sovraintendente Pierluigi Giovagnoli investito in servizio da un ubriaco il 24 maggio a Imola, e i genitori dell’agente Stefano Biondi, medaglia d’oro alla memoria, ucciso il 20 aprile 2004 da una banda di corrieri della droga sulla A1 a Reggio Emilia.