Un altro paese europeo si appresta a dare il ben servito l’energia nucleare. Questa volta è il turno della Svizzera che ha annunciato il suo addio all’atomo entro il 2034. La decisione è stata formalizzata dal Consiglio federale: “Gli impianti esistenti dovranno essere disattivati alla fine del loro ciclo di vita e non saranno sostituiti”.

Per far fronte a questa scelta, il governo elvetico ha lanciato la sua “strategia energetica 2050” basata su una maggiore efficienza, sul potenziamento dell’idroelettrico e delle rinnovabili. E, se necessario, anche “sulla produzione di elettricità a partire da combustibili fossili”, come impianti di cogenerazione e centrali a gas a ciclo combinato.

Oltre all’impatto emotivo dovuto al disastro di Fukushima, sulla decisione di Berna ha pesato il “prevedibile aumento del costo del combustibile nucleare”. Ma non solo. Secondo l’esecutivo elvetico, “sul lungo periodo i vantaggi economici dell’energia nucleare perderebbero d’importanza nei confronti delle energie rinnovabili”. Complici anche le manifestazioni che, lo scorso fine settimana, hanno portato in piazza 20mila persone a dire No all’atomo.

Insomma, le centrali svizzere non sopravvivranno a lungo. Troppi pericoli, e soprattutto troppi costi: nuovi standard di sicurezza, lavori di adeguamento, nuova analisi della responsabilità civile. Anche i finanziamenti saranno più difficili da ottenere, a causa dei premi per la copertura dei rischi più elevati per coloro che concedono prestiti. È quindi “necessario un nuovo orientamento del sistema energetico”, comunica il governo.

Il primo reattore ad essere disattivato, nel 2019, sarà Beznau I, avviato nel 1969. Nel 2022, toccherà a Beznau II (classe 1971) ed al contestatissimo Mühleberg (leggi l’articolo). Seguiranno poi Gösgen, nel 2029, e Leibstadt nel 2034.

Quasi il 40% dell’energia prodotta in Svizzera proviene proprio da queste cinque centrali. Come si può, dunque, garantire l’elettricità necessaria al Paese senza l’ausilio degli impianti? “L’abbandono graduale del nucleare lascia tempo a sufficienza per attuare la nuova politica energetica e per il nuovo orientamento del sistema”, comunicano da Berna. “Attualmente la forza idrica copre circa il 56% della produzione di energia elettrica, il nucleare il 39%, gli impianti termici convenzionali o altri tipi di impianti il 5% circa – recita un comunicato dell’esecutivo – Le attuali prospettive mostrano che un abbandono graduale è possibile a livello tecnico e sostenibile sul piano economico”.

E le emissioni di anidride carbonica responsabili del surriscaldamento climatico? Secondo i calcoli del governo elvetico non aumenteranno ulteriormente, anche se per coprire la domanda si potenzierà per un certo periodo la produzione di energia elettrica da combustibili fossili. Per quanto riguarda i finanziamenti di questa importante conversione energetica, invece, a Berna si sta studiando la possibilità di una tassa di incentivazione. Ma solo nel prossimo autunno il Consiglio federale “conferirà mandati concreti volti a preparare disegni di legge in materia”.