“Molto del risultato che si è ottenuto alle elezioni amministrative è dipeso dalla scelta dei candidati.”

“Sbagliato caricare di significato politico il voto sui Comuni.”

Entrambi i virgolettati sono di Silvio Berlusconi. L’uomo non è nuovo a contraddire se stesso, dunque le frasi non mi sorprendono minimamente. Il punto è un altro: il premier parla al passato. Ma le elezioni sono domenica e lunedì.

La teoria del pareggio di Denis Verdini sarebbe teoricamente a portata di mano, basterebbe vincere in un comune tra Milano e Napoli per poter ribaltare la frittata agli occhi di alleati, oppositori ed elettori. Se si perde a Milano e si vince a Napoli, si è perso un Comune ma se n’è conquistato un altro (con buona pace di chi dice che il valore politico di Milano è superiore, per Berlusconi così non sarebbe). Se invece si vince Milano e si perde Napoli, sostanzialmente si è mantenuta la situazione di cinque anni fa e già nelle mie orecchie giungono allucinazioni tipo “Obama ha perso le elezioni di medio termine, io no”.

Berlusconi ha rimontato l’impossibile, ha visto cose che noi umani non abbiamo neanche immaginato, ha negato la crisi, si è rimangiato sue frasi 24 ore dopo averle dette (o meglio, dopo averle “fatte trapelare”. Così è più facile smentirle).

Ma soprattutto ha sempre condotto la sua vita politica guardando avanti, ossessivamente, talvolta ignorando i disastri che gli succedevano tra i piedi. E questo gli ha poi garantito sette vite. In politica vince chi ha un sogno, anche se è di seconda mano, anche se è irrealizzabile, anche se si basa su mancate promesse. E Berlusconi ha saputo raccontare una storia, la sua storia, una storia italiana, che può piacere o meno, convincere o meno, ma che è stata in grado di creare immaginari collettivi a basso costo.

Per tutte queste ragioni, i verbi al passato del premier sorprendono. Ma a mio avviso, quelle perifrasi sono un avvertimento e rappresentano, al contrario, l’apertura a nuovi scenari del prossimo futuro. Proviamo a fare un esercizio interpretativo, in particolare sulla prima frase, che a me sembra una sentenza di condanna e non certo a se stesso.

Dire che la scelta dei candidati è sbagliata lascia presupporre che non sia stata sua. Il che è verosimile, pur non essendo vero: ci sta che le battaglie per le amministrative siano state messe a punto dai coordinatori del Pdl e dai dirigenti della Lega e non dal presidente del Consiglio, che ha ben altro a cui pensare. Dunque, se a Milano e Napoli si perde la colpa è dei candidati deboli (che tra l’altro sono ancora in corsa ed evidentemente sono dati per spacciati dai sondaggi) e soprattutto di chi li ha scelti.

Berlusconi sta informando i suoi che se da martedì a capo del Pdl ci fosse qualcun’altro, le motivazioni non sarebbero certo legate alla necessità di accontentare il crescente malcontento di Claudio Scajola, le ambizioni di Angelino Alfano, i colpi di tosse di Franco Frattini e Maria Stella Gelmini, i quali mettono a durissima prova la tenuta del Governo, ma piuttosto perché i dirigenti nazionali (e non Berlusconi, che, anzi, è stato vittima di quelle scelte) hanno perso le elezioni. Se poi si perde male, si può sempre provare l’ennesimo colpo di teatro, un nuovo predellino, addio al Pdl, al brand che non lava più bianco, e via con qualche nuova formula che possa essere legata a qualche sogno d’accatto. Letizia Moratti, a denti stretti, ha lasciato intendere che andrà proprio così.

Per tutte queste ragioni, ovviamente, bisogna annullare il referendum nazionale (oramai sono maestri) che Berlusconi ha convocato sulla sua persona, perché hanno sbagliato gli altri, e se il premier avesse potuto governare il processo, tutto questo non sarebbe successo.

Ve lo ricordate il 2006? Con la frase sull’Ici durante il confronto Tv spostò 3 punti percentuali. Più o meno quelli che ha spostato la Moratti (verso Pisapia) pochi giorni fa, sempre durante un confronto. Insomma, questi politicanti sono un disastro, io no, quasi quasi li licenzio.

Dire queste frasi a 4 giorni dalle elezioni vuol dire mandare l’avviso di sfratto a tutti. Vuol dire mettersi di nuovo davanti al resto del gruppo. A obbligare i nuovi wannabe del Pdl a schierarsi con lui o contro di lui. A portare la Lega a decidere se prendersi un pezzo molto significativo delle colpe e proseguire con l’esperienza di Governo (perdendo un sacco di voti) o a scaricarlo definitivamente, assumendosi la responsabilità della caduta del Governo e del blocco del Federalismo. Un harakiri strepitoso, condito poi da una conseguente attivazione della macchina del fango in direzione di Via Bellerio in una catarsi teatrale sublime.

Insomma, Berlusconi non solo non si dimetterà, ma sta perdendo e ha comunque la forza di rilanciare. In quei verbi al passato c’è tanto, tanto futuro.