Venti milioni nel 2008. Saranno 200 nel 2050. Secondo l’Onu queste sono le previsioni dei “rifugiati climatici”, ovvero persone nel mondo costrette ad emigrare a causa dei cambiamenti climatici. Ad oggi rappresentano il 10% del totale dei rifugiati per guerre o violazioni dei diritti umani ma, sempre secondo gli esperti delle Nazioni unite, la percentuale è destinata ad aumentare esponenzialmente.

Se n’è parlato a Bruxelles alla presentazione del libro Ecoprofughi di Valerio Calzolaio, docente universitario, giornalista e sottosegretario all’Ambiente dal 1996 al 2001. “Milioni di uomini e donne in fuga da regioni martoriate da disastri ambientali come alluvioni, cicloni e terremoti. All’origine di tutto, l’aumento del riscaldamento climatico frutto dell’industrializzazione selvaggia di 39 paesi al mondo”, spiega Calzolaio. Dal Pakistan al Bangladesh, da New Orleans alle Hawaii, l’ecosistema di regioni grandi migliaia di chilometri quadrati sta cambiando inesorabilmente, con l’innalzamento del livello dei mari che rischia di inghiottire isole intere, la crescita in frequenza e intensità di eventi meteorologici estremi come tsunami e maremoti e la diminuzione della disponibilità di risorse idriche. “Entro il 2050 altri 50 milioni di persone saranno costrette a migrare, è inevitabile”, avverte calzolaio, che nel suo libro cerca di affrontare la contemporanea realtà delle migrazioni forzate ambientali (tuttora senza status giuridico) e dei cambiamenti climatici globali.

Una realtà a noi più vicina di quanto si pensi. Secondo Vittorio Prodi, europarlamentare membro della commissione ambiente, “i migranti che arrivano dall’Africa subsahariana (tutta la regione al di sotto dei paesi nordafricani) sono per la maggior parte profughi climatici in fuga da una desertificazione dilagante che rende inabitabili aree sempre più estese”. Si tratta di quei somali ed eritrei che fino a qualche settimana fa venivano fermati ed internati in centri di detenzione da stati autoritari come la Libia di Gheddafi. “Purtroppo siamo di fronte ad un vuoto normativo”, spiega Prodi. “La convenzione di Ginevra del 1951 si occupa dell’accoglienza dei profughi politici. Adesso serve uno status giuridico specifico per quelli climatici”. Anche per la lotta alla desertificazione, secondo l’eurodeputato, “ci vuole una risposta politica molto forte. Un protocollo annesso alla convenzione Onu per destinare più risorse alla lotta al cambiamento climatico”. “Indispensabile intervenire sul territorio costruendo nuove infrastrutture. Non è cambiata la percentuale delle precipitazioni, ma si sono addensate in un periodo di tempo più corto con erosione del suolo e incapacità di alimentare adeguatamente le falde”.

“Secondo il segretariato Onu sul clima, se riduciamo le emissioni di Co2 possiamo tamponare questi fenomeni naturali, ma solo nel lungo periodo”, riferisce Calzolaio. Impossibile non parlare di Kyoto e della “mancata ratifica del trattato nonostante le promesse di Barak Obama“. E poi c’è la Cina e le economie emergenti, davvero poco propense a limitare le emissioni di Co2 per non compromettere il proprio sviluppo economico.

E l’Europa che ruolo può giocare in tutto questo? Sulla carta le intenzioni sono positive, con la strategia EU2020 e l’obiettivo di limitare le emissioni di Co2 dell’80% entro il 2050. E poi il ruolo di leader internazionale verso la lotta al cambiamento climatico al quale l’Ue ambisce da sempre. Peccato che l’appuntamento clou del dicembre 2009 a Copenaghen, che in teoria avrebbe dovuto segnare un giro di boa nell’impegno ambientale mondiale, si sia rivelato un flop totale, con i capi di stato europei impegnati a cercare di raggiungere una posizione comune mentre i leader mondiali stringevano l’accordo senza di loro. Un appuntamento importante è senza dubbio la revisione del sistema del mercato delle emissioni Ets, lo strumento amministrativo utilizzato per controllare le emissioni di inquinanti e gas serra a livello internazionale attraverso la quotazione monetaria delle emissioni stesse e il commercio delle quote tra stati diversi. Due i problemi maggiori secondo Monica Frassoni, presidente del partito dei Verdi europei: “Il costo dei crediti oggi è troppo basso e il tasso di emissioni permesse è troppo alto. Il risultato è che stati e aziende non sono davvero incentivati a diminuire le proprie emissioni”.