Per tutta una serie di casualità e coincidenze sono venuto a sapere solo oggi dell’uccisione di Emiliano Cappetta. E’ stato accoltellato per strada da un amico tossicodipendente per un debito di 10 euro. Dopo la crisi omicida il feritore, Ubaldo Vespa, 52 anni, lo soccorre, pentito per quel gesto insensato. E’ lui che chiama l’autoambulanza che, raccontano i giornali, impiega 40 minuti ad arrivare. Così Emiliano muore prima di raggiungere l’ospedale. I media hanno definito Emiliano, che aveva 38 anni, come un “ritardato mentale”.

Ho deciso di scrivere un articolo perché non è giusto che Emiliano se ne vada con addosso solo questa definizione. Non ho gli strumenti per dire se fosse o no veramente “ritardato”. Sicuramente è stato una persona che ha vissuto la parte più infame di questo mondo. Un uomo sul quale la vita si è abbattuta in modo feroce.

Emiliano arrivò ad Alcatraz nel 1987, aveva 14 anni. Era un ragazzino magrissimo e nello stesso tempo dotato di una forza eccezionale. Venne con un gruppo di vacanze della Asl di Roma, e quella che ci fu raccontata era una storia spaventosa. Il ragazzino, d’altra parte, bastava guardarlo per capire che era stato all’inferno. Aveva i denti distrutti, neri, non era in grado di parlare in modo comprensibile, era coperto di piaghe provocate da una grave fungosi. Era una creatura spaventata. Era diventato preda di una banda di piccoli criminali che lo usavano per i furti nelle case, approfittando del suo corpo sottile e della sua forza notevole. Era una specie di piccolo schiavo.

Decidemmo di prenderlo in affido e venne a vivere ad Alcatraz, che a quei tempi funzionava anche come casa famiglia per un gruppo di persone con i problemi più disparati, dalla tossicodipendenza alla fuga dal marito violento. Avevamo sempre 5 o 6 ospiti che per qualche motivo dovevano fuggire dal mondo. La Asl a quei tempi offriva 70 mila lire al giorno per ospitare persone in situazioni di emergenza. Noi fortunatamente avevamo altre risorse economiche e le impiegammo per cercare di dare a Emiliano un po’ delle cose belle alle quali nascendo avremmo tutti diritto.

Dopo un paio di mesi la sua pelle era guarita, il professor Flavio Mosci gli aveva ridato un sorriso con tutti i denti a posto, gli incontri con la logopedista ci avevano fatto scoprire che era in grado di fare discorsi assolutamente sensati, ora che si iniziava a capire cosa diceva. Un’insegnante privata, dedicata solo a lui, gli faceva scuola ogni giorno, gli insegnò a leggere e scrivere in modo decente e le conoscenze di base. Si era poi appassionato ai cavalli e grazie anche al compianto Sergio Angese, era diventato, a tempo record, un cavallerizzo eccellente. Luciano Morini e Zara Tinari, che con me gestivano Alcatraz, erano diventati una sorta di vice genitori… E piano piano vedemmo una persona crescere enormemente. La metamorfosi di Emiliano fu stupefacente. Insomma, assistemmo alla crescita potente di una persona che si dimostrò sempre gentile, affettuosa, sensibile e assolutamente abilissima in molte cose.

Diventato maggiorenne, decise di ritornare a Roma e lì iniziò a lavorare in un maneggio e venne seguito ancora per qualche anno dalla Asl. Dopo ci vedemmo ancora qualche volta, qui o a Roma, e lo guardavo con grande stima perché era riuscito a compiere un percorso colossale da quel ragazzino spaventato che era. Ora è morto, il suo caso ha fatto scandalo: si uccide per 10 euro.

In lui c’era qualche cosa di estremamente vitale e potente che alla fine si è forse manifestato nella tragicità della sua morte. Me lo ricordo quando un giorno lo vidi passeggiare da solo nel fitto del bosco. Lui non mi aveva visto e io restai seduto sotto una quercia a guardarlo mentre si arrampicava con il suo corpo esile e potente, il sorriso contento, avventuroso, in mezzo alla natura, perfettamente a suo agio con il mondo. A lui piaceva vivere.