Quando si usa la parola neorealismo fuori dal contesto cinematografico si ha sempre la sensazione di essere colpiti da un fulmine; abbinarla poi alla musica Pop e a uno che si fa chiamare I Cani le cui canzoni parlano di pariolini che “danno le botte di cocaina” e delle “velleità” che ” ti aiutano a scopare”, allora la sensazione diventa paura.

Ma dobbiamo anche rimaneggiare la nostra storia più alta e utilizzare il passato per descrivere il presente, evitando di andare all’estero a cercare un genere new-qualcosa da impiantare qui. La realtà cantata da I Cani è la stessa, fredda, reale, fotografia sociale usata dal cinema di Rossellini e De Sica; non è la rabbia intellettuale de Il Teatro degli Orrori, tantomeno l’apatia-cool de Le Luci della Centrale Elettrica. I Cani è ciò che accade, è un flusso di cronaca pop che non bada troppo alla forma, con testi che sembrano nati direttamente in bocca più che nel cervello. Per questo motivo I Cani sono la novità più intrigante del momento, perché non tentano di staccarsi dall’asfalto della Roma bene, cantano ciò che vedono da quella posizione, e lo fanno per noi, per tutti coloro non in grado di notare.

In questo momento di Über-produzione, dove tutti ascoltano tutto, il genere sta scomparendo. Così se diciamo soltanto pop, non può bastare a descrivere la musica de I Cani, ma dobbiamo aggiungere: è come se un felice Francesco Bianconi (Baustelle) si incontrasse con un giovane Battiato a Milano negli anni Ottanta per remixare un brano di Howard Jones. Le parole potrebbero esser prese in prestito dal rap, infatti è una canzone pop con un ottimo flow (incidenza delle rime) e con frasi a sviluppo immediato, in particolare nei dettagli: “Animati da un generico quanto autentico fascismo testimoniato ad esempio dagli adesivi sui caschi”. Ma nel momento in cui il sorriso arriva sulla nostra bocca, soddisfatti dall’antipatia di questi adolescenti stra-ricchi, ecco che piombiamo nello sconforto: “Io che di nascosto vivo, io non vivo che nascosto e ho un po’ più di anni ma non so che cosa invidio” fino ad ammettere che “loro sono gli ultimi veri romantici”.

L’altra traccia fondamentale de “Il Sorprendente Album d’Esordio Dei Cani” (in uscita il 3 giugno 2011) è “Velleità” che è straordinariamente sgradevole nel momento in cui spiega che “i nati nel ’69 fanno i camerieri al centro e scrivono racconti, ne hanno pubblicati due”; va peggio a “i nati nel ’59 tengon corsi di teatro, quando va bene si rimorchiamo le allieve”. Per i (supponiamo) coetanei de I Cani invece è riservata una strofa priva di potenza narrativa, proprio perché non c’è nessun tipo di forza scatenante, nulla che smuova una generazione che fa dell’inutile il proprio necessario: “I nati nell’89 hanno reflex digitali, mettono su Flikr belle foto in bianco e nero, tutto qui.

Indie, major, alternative, mainstream: ma chi se ne frega
La peggior cosa che possa accadere a I Cani è l’anonimato. La miglior cosa che possa accadere a I Cani è la presenza delle loro canzoni ovunque. In Italia purtroppo non esiste ancora una vera e propria scena indipendente, eppure è pieno di persone indie che tentano drammaticamente di appartenere a una scena. Ma il cancro peggiore è la paura inconscia di diventare celebri, perché l’indie non è famoso, è conosciuto, cosa che è molto più accettata.
Per contro le major stanno brancolando nel buio appese ai dati altalenanti dei talent show, e sarebbero più che impazienti di avere in mano una bombettina per ripristinare il mercato, ristabilire gli ordini, riscrivere le gerarchie artistiche; questa bombettina aprirebbe un “varco” dal quale entrerebbe anche chi la musica la fa per talento (vi ricordate cosa succedeva negli anni Novanta?).

La piccola 42Records ha avuto la capacità per mettere sotto contratto I Cani, adesso deve dimostrare di avere anche doti imprenditoriali e imporre – o almeno tentare – il nuovo corso al mercato, coinvolgendo i grandi network e i grandi editori, per quello che ha tutta l’aria di essere the next “pop” thing. Perché adesso e soltanto adesso è il momento de “Il Sorprendente Album d’Esordio Dei Cani”. Domani è troppo tardi.

Testo di Fabrizio Galassi