Qualche settimana fa su Vanity Fair la giornalista Barbara Palombelli tuonava contro la proposta di equiparare l’elettorato passivo e quello attivo: eliminare cioè quel bizantinismo che in Italia prevede che si possa votare a 18 anni per la Camera dei deputati, ma che i candidati deputati debbano avere almeno 25 anni, e che si aspetti di compierne 25 per votare per il Senato (dove invece per essere eleggibili bisogna avere almeno 40 anni). Il succo del discorso della Palombelli era che i ragazzi italiani a 18 anni sono ancora sui banchi di scuola, dipendono da mamma e papà, non sono maturi e quindi è già tanto che possano votare per uno dei rami del Parlamento, figuriamoci avere (in potenza) la possibilità di entrare a farne parte e rappresentare (1/630esimo) del popolo italiano.

L’altro giorno sul Corriere della Sera due economisti di peso, Giavazzi e Alesina, remavano in senso contrario invocando un «provvedimento più radicale che sblocchi la gerontocrazia che domina l’Italia» e proponendo di «abbassare a 16 o 17 anni l’età minima per votare» o mettere «limiti di età (ad esempio 72 anni) ai politici, ai burocrati, ai membri dei consigli di amministrazione delle società quotate».

Gli italiani vivono in media 84 anni. Si nasce, si cresce, si invecchia, si muore. Nei primi anni si è bambini, non si sa parlare, non si provvede a se stessi, non si possono prendere decisioni per sé o per gli altri. Per questo non si può votare. Anche negli ultimi anni di vita nella maggior parte dei casi è così: ma dirlo è un tabù. E gli anziani conservano i loro diritti di voto attivi e passivi fino all’ultimo. Non solo quelli che restano lucidi: tutti. Rompere questo tabù vorrebbe dire ritagliare spazi ampi per i giovani, per farli entrare nelle stanze dei bottoni ed essere finalmente rappresentanti della loro generazione. Chi l’ha detto che la decisione di un 18enne sia peggio di quella di un 70enne?

L’architettura della rappresentanza è sbilanciata a favore dei “grandi vecchi”, eppure numerosi studi evidenziano che l’apice delle capacità intellettuali viene raggiunto fra i trenta e i quarant’anni. I vincoli che in Italia avvantaggiano i più anziani nell’accedere a cariche e incarichi di potere non rappresentano soltanto una discriminazione verso chi è anagraficamente più giovane. Essi vanno anche a bloccare la crescita del Paese, tenendo fuori migliaia di venti-trentenni che potrebbero rinnovarlo.

Un silenziatore alla competizione: i ruoli chiave vengono assegnati sulla base del mero dato anagrafico, facendo sempre prevalere l’anzianità. Quando a vincere dovrebbe essere semplicemente chi ha l’idea migliore, il più capace – che può essere il 70enne, certo. Ma può essere anche il 25enne.

Ma qualche giovane già c’è!, si affretteranno a dire i cerchiobottisti. Già, c’è. Di solito si chiama come un vecchio – e la cosa non è casuale perché di quel vecchio politico, o imprenditore, o professore, o medico è il figlio o il nipote. Oppure è molto bello/a. Al di fuori di queste categorie i giovani di potere sono più unici che rari. I deputati al di sotto dei trent’anni per esempio sono quattro. Aggiungendo quelli sotto i quarant’anni si arriva a quota 53.

Peccato che gli italiani tra i 18 e i 39 anni siano 17 milioni, il 28% della popolazione. Quelli potenzialmente eleggibili alla Camera, con la legge attuale, 12 milioni e mezzo: grossomodo il 21% dei cittadini. Eppure in Parlamento ci sono soltanto 53 under 40, il 9% del totale dei deputati. Al Senato sono completamente assenti, per effetto della norma appassionatamente difesa dalla Palombelli. Questo è il motivo per cui le leggi vengono costruite e approvate pensando quasi esclusivamente alla difesa dello status quo, senza attenzione per i bisogni e i problemi delle giovani generazioni.

Io qualche volta, lo confesso, ho paura a farmi rappresentare da persone tanto navigate, ma che non sanno aprire la posta elettronica. A Barbara Palombelli suggerirei di guardare all’estero, dove i giovani non sono penalizzati per la loro età, vengono valorizzati e messi in condizione di arrivare – se lo vogliono e ne hanno le capacità – a posizioni di potere e rappresentanza. E però ai giovani italiani suggerirei di rimboccarsi le maniche: fare politica, associazionismo, impegno civile; non avere paura a impegnarsi; non mettersi in rassegnata attesa del proprio turno. E sopratutto sostenere tra i candidati alle elezioni, là dove possibile, i propri coetanei. Il sistema non si inverte che dall’interno.

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