“Siamo un paese di 60 milioni di abitanti e non dobbiamo aver paura dell’arrivo di qualche migliaio di persone”. Così il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi commenta in un’intervista a ‘Porta a porta’ la delicata situazione in Libia. Che, ammette il premier, porterà più migranti in Italia, così come “gli altri sommovimenti che il vento della libertà e della democrazia ha spirato forte in tutto il Nordafrica”. Una possibilità che però non spaventa il Cavaliere, nemmeno nei suoi rapporti – utlimamente non distesi – con l’alleato Lega. Il timore del Carroccio è proprio che un maggiore coinvolgimento italiano in Libia porti a un eccessivo flusso di immigrazione ma, secondo Berlusconi, non ci sarebbe “nessuna incomprensione con Bossi e l’asse politico resta saldo”. “Abbiamo dimostrato la solidità e la coesione della maggioranza – ha continuato il premier – contro le forti divisioni dell’opposizione”.

Domani intanto si continuerà a discutere di Libia nella seconda riunione del Gruppo di Contatto, questa volta ospitata proprio a Roma. Alla Farnesina verranno illustrati i dettagli di “un meccanismo finanziario per far affluire al Consiglio nazionale transitorio libico le risorse economiche necessarie per l’ordinaria amministrazione e per acquistare medicine e beni umanitari”, spiega Maurizio Massari, portavoce del ministero degli Esteri. Nonostante la riunione di domani miri a trovare “una soluzione politica” alla crisi, il ministro Frattini ha ancora sottolineato come non sia possibile dire quando terminerà la missione militare italiana. La scelta della data, ha detto il ministro, sarà il risultato “di un confronto con le organizzazioni internazionali, anzitutto con la Nato e gli alleati”. E incertezza arriva anche dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, secondo cui la missione sarà compiuta “quando saranno stati raggiunti i tre obiettivi militari su cui c’è l’accordo di tutti i partecipanti all’operazione Unified Protector”. Cioè gli attacchi ai civili, i ritiro di tutte le forze e la libera circolazione degli aiuti umanitari. Obiettivo non esplicito ma necessaria premessa per gli altri, secondo Rasmussen, è poi che Gheddafi lasci il potere.

E la figura del Colonnello è stata al centro oggi delle opposte dichiarazioni di diversi ministeri degli esteri e i responsabili del Cnt. Se per Alain Juppè e la Farnesina l’obiettivo dell’intervento militare della Nato in Libia “non è quello di uccidere Muammar Gheddafi”, il rais è invece “un target legittimo” dei raid internazionali secondo il responsabile media del Cnt, Mahmud Schammam. Che ha aggiunto: “L’unica arma che ha Gheddafi è minacciare i Paesi europei con i migranti. Mai sottovalutare le minacce di Gheddafi, anche se spesso non sono serie”.

In Libia continuano intanto gli scontri. Due forti esplosionisono state sentite a Tripoli, a tre giorni dall’uccisione del figlio minore di Gheddafi, Saif al-Arab. Mentre un autobomba è esplosa ieri notte a Bengasi, a pochi passi dalla sede del Consiglio nazionale transitorio. Lo scoppio ha provocato un ferito. I bombardamenti delle forze lealiste proseguono anche sulla porto di Misurata, dove sono morte cinque persone. Almeno 23 giornalisti hanno chiesto di essere evacuati dalla città sulle navi dell’Organizzazione internazionale dei migranti, che fino ad oggi ha evacuato più di cinque mila persone da Misurata. Il procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno-Ocampo, ha infine chiesto chiesto alla corte di emettere tre mandati di cattura per crimini contro l’umanità commessi in Libia.