Si fa largo un’anomala “marea scura” sulle coste adriatiche all’altezza del Riminese, che avanza minacciosa verso sud. Gli abitanti della zona si sono precipitati a segnalare tutto alle autorità competenti. In effetti, basta recarsi sul posto e dare un’occhiata per rimanere sbalorditi. Salendo di qualche metro rispetto al livello del mare, ecco lo spettacolo ‘double-face’: a sinistra le acque risultano chiaramente rossastre per non dire marroni, a destra, invece, tutto normale. Mistero.

Se poi si viene a sapere della recente moria di pesci, molluschi e crostacei proprio in questo lembo di Adriatico, si capisce che qualcosa che non va, almeno, c’è di sicuro. I bollettini della struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna riportano che le acque di colore bruno-rossicce notate dagli abitanti della zona “sono frutto di un’intensa proliferazione microalgale – Diatomee con Chaetoceros e Skeletonema costatum come microalghe dominanti – dovuta a cospicui apporti fluviali, del Po in particolare, con conseguente ‘fertilizzazione’ da nitrati, fosfati e silicati dell’area nord-occidentale del bacino adriatico”.

Dopo le “numerose” segnalazioni arrivate in questi giorni, anche Legambiente Emilia Romagna si è mossa. La proliferazione delle alghe “ha portato ad un fenomeno di eutrofizzazione acuta con conseguente innesco di condizioni di ipossia e anossia dei fondali”, conferma l’associazione ambientalista. Nell’area meridionale dell’Emilia Romagna e nel pesarese, rilevano in particolare le strutture Arpa, si sono verificati anche ripetuti fenomeni di spiaggiamento di pesce “collegati a tali condizioni, e favoriti da un movimento verso la costa di acque profonde prive di ossigeno, spinte da venti spiranti da terra”. L’evento è da considerarsi “straordinario per il periodo in cui si è verificato, e per i territori coinvolti”.

Sono frequenti, assicurano infatti gli esperti, i casi di anossia delle acque di fondo conseguenti a casi di eutrofizzazione, ma “questi fenomeni si verificano prevalentemente nel periodo estivo autunnale e solo nei territori centro-settentrionali dell’Emilia Romagna, in genere da Goro a Ravenna”. Prova di spiegare direttamente come stanno le cose il dottor Attilio Rinaldi, presidente dello stesso centro Ricerche marine di Cesenatico: “Nessun allarmismo, anche perché la situazione è ormai tornata alla normalità e non ci saranno conseguenze. Certo che in 33 anni che facciamo questo lavoro un fenomeno del genere, in questa zona e in questo periodo, non si era mai visto”.

Rinaldi, a capo della struttura di 40 dipendenti che fa capo ad Arpa Emilia Romagna, ricostruisce l’origine della “marea scura”. La maxi proliferazione delle micro-alghe (diatomee) alla base delle acque rossastre-marroni in prossimità di Cattolica è dovuta alla presenza di sostanze non inquinanti come azoto, fosforo e silicati. Una volta veicolati in mare attraverso il Po, tali elementi sono stati capaci di dare vita a qualcosa come 100 milioni di microalghe in un litro d’acqua (valore picco). Ciò ha causato casi diffusi di ipossia e anossia in grado di provocare, “15-20 giorni fa”, precisa Rinaldi, la moria di pesci, molluschi e crostacei rimasti privi di ossigeno gassoso sui fondi marini.

Al momento, però, la situazione sta tornando alla normalità: “Stiamo proseguendo nei monitoraggi, faremo ulteriori controlli all’inizio della prossima settimana. L’ossigeno si è quasi completamente ricostituito, la situazione è ormai normalizzata”, prosegue Rinaldi ripercorrendo le tabelle pubblicate sul sito web dell’istituto che presiede. A rendere il caso “eccezionale” è stata dunque la combinazione tra l’apporto di fosfati-nitrati dal Po e le temperature superiori alle medie stagionali, di almeno quattro gradi, verificatesi durante le scorse settimane.

“Ogni anno – riconosce il presidente del centro ricerche di Cesenatico – abbiamo a che fare con fenomeni di questo genere: il punto è che si sono sempre verificati a estate inoltrata o in autunno, quando le temperature del mare sono più alte, e comunque a ridosso del Delta del Po, al massimo fino al confine tra le provincie di Ferrara e di Ravenna. Insomma: mai nel riminese e mai in primavera”.

L’occasione è buona, allora, per richiamare chi di dovere non solo alle direttive europee sui nitrati, ma anche al rispetto del piano nazionale di risanamento contro l’eutrofizzazione. Se l’Emilia Romagna lo ha adottato,  regioni-chiave per la salute delle acque del Po come Piemonte e Lombardia non lo hanno rispettato: “Con l’eliminazione del fosforo dai detersivi – riepiloga Rinaldi- abbiamo tolto 10 mila tonnellate all’anno di fosforo dalle acque italiane, stiamo meglio rispetto agli anni ’70-‘80 ma bisogna proseguire. Tutti devono fare la propria parte. Basti pensare che Milano è una città depurata solo da 4-5 anni, o alla delicatezza delle grandi aree interessate alle coltivazioni agricole”.

Posto allora come sia indispensabile tenere alta l’attenzione sulle problematiche collegate al Grande Fiume, resta una bella curiosità: chissà cosa sarebbe successo se la chiazza scura fosse comparsa nel periodo di maggio-giungo e quali effetti avrebbe avuto sul turismo rivierasco, economia trainante della zona.

Carlo Kovacs