Quindici giorni ancora e Bologna avrà un sindaco. E’ già qualcosa, dopo tredici mesi di commissariamento, un anno di Delbono e cinque del non pervenuto Sergio Cofferati. Forse è la volta buona. Non sappiamo se sarà degno della poltrona che andrà a occupare, ma in un modo o nell’altro, al primo turno o dopo il ballottaggio, palazzo d’Accursio avrà un inquilino.

Se poi sarà anche autorevole lo scopriremo col tempo. Io me lo chiedo durante la giornata, quando passeggio sotto i portici, mi spingo fino a piazza Maggiore o salgo in corsa su un treno a tarda notte. Mi chiedo, ogni volta che leggo le notizie di agenzia o sfoglio i giornali, se questa città avesse bisogno di Virginio Merola, uomo di partito e che è già stato assessore, o di un civico sommerso dai conflitti d’interesse come Stefano Aldrovandi o del leghista dalla faccia pulita dal nome curioso, Manes, e che di cognome fa Bernardini. Mi consolo auto convincendomi che sarà una fase di passaggio e chiunque vinca probabile che non arrivi nemmeno a fine mandato. Solo transizione, nulla di più.

Dei nomi che mi trovo a sfogliare nessuno, credo, sia all’altezza della città che gli sta per essere consegnata alle elezioni di maggio. Immaginare Aldrovandi o Bernardini a palazzo D’Accursio è come pensare a George W. Bush alla Casa Bianca o Augusto Minzolini al Tg1. Tutto può essere, la garanzia del risultato no.

I politologi da osteria dicono che prenderà un sacco di voti quel Bernardini. Ci credo poco. Bologna non è più di sinistra da un pezzo, ma non sarà mai leghista. E’ il Dna che le impedisce qualsiasi barriera che gli uomini di Bossi vorrebbero costruire costruire ovunque, da Pontida a Pantelleria. Fosse per loro questo sarebbe un Paese delimitato da filo spinato. E questo Bologna non solo non può permetterselo economicamente, ma è una questione di natura quella che le impedisce di pensare a una qualsiasi frontiera. Se c’è un pregio è proprio questo: a Bologna il certificato di nascita non ti serve, è una città che può essere di passaggio o la culla per tutta la vita. Un gran pezzo di donna, forse un po’ rifatta e col trucco da maitresse, ma tra le sue braccia ci si sente sempre al sicuro. E per quelli del tutti fora dai ball spazi ce ne sono pochi.

Scorro la lista e compare il nome di Aldrovandi, ex amministratore delegato di Hera. In quota Guazzaloca. Ecco, Aldrovandi è il Guazzaloca che avanza, senza avere i consensi che ebbe l’ex macellaio prestato alla politica, oggi indagato per corruzione a causa di quel disastro chiamato Civis. Può bastare.

Resta Merola. Se i bookmakers si interessassero a lui la quota sarebbe molto bassa. E’ l’unico favorito in questa campagna messa in piedi un po’ alla buona. E anche Merola, seppure con ogni probabilità si infilerà la fascia tricolore, dovrà dimostrarci che sarà lui la scelta giusta.

Per quello mostrato in questa breve campagna elettorale permettetemi di avanzare qualche dubbio. Il partito ci prova in tutti i modi a farlo parlare il meno possibile. Un po’ perché non è accattivante, un po’ perché ci infila sempre una gaffe. Non sa se il Bologna giochi o meno in serie A, e passi. Mica vogliamo un sindaco da Almanacco Panini. Se però dimentica che il 21 aprile è il giorno della Liberazione di Bologna è un po’ più inquietante. E se per rimediare dice che era malato e invece incontrava potenziali elettori in un’altra zona della città, beh, è una bugia difficile da digerire.

Purtroppo Merola non riesce a smentirsi neppure quando parla di Civis. Ora non lo vuole. Probabilmente anche la maggioranza dei bolognesi ne farebbe e ne avrebbe fatto a meno, soprattutto quando è stato il momento di pagare. Lui però poteva svegliarsi ai tempi in cui faceva l’assessore nella giunta Cofferati, la sua parola avrebbe avuto un peso maggiore.

Nella carrellata resta Bugani, Movimento 5 Stelle: sogna numeri e percentuali che sicuramente avrà, ma non tali da influire sulle decisioni altrui. Gli altri due o tre nomi, che non sto nemmeno a ricordare, non arriveranno al due per cento.

Un panorama quasi tragico a chi pensa alla Bologna di vent’anni fa. Ma questa è l’evoluzione, e uno dei passaggi di questa fase sarà sicuramente il partito di quelli che restano a casa, nei sondaggi – a oggi – quasi il 40 per cento. Se così fosse – e non vogliamo neppure pensarlo – Bologna avrebbe un mezzo sindaco. Un’eventualità che, dopo anni senza politica, la città non può permettersi.