“Il Welfare non è un lusso”. Con questo slogan sono scesi in piazza oggi gli operatori sociali, le cooperative, i volontari che lavorano nel terzo settore e si occupano quotidianamente di marginalità.

La protesta, iniziata a Napoli lo scorso anno, questa mattina ha coinvolto l’intero paese. Oltre che nel capoluogo campano, manifestazioni anche a Genova e Roma per denunciare i tagli del governo nazionale che stanno di fatto ‘uccidendo’ il welfare.

La manifestazione partenopea si è conclusa in piazza del Plebiscito dove alcuni manifestanti hanno consegnato un cesto-regalo pieno di mutande in Prefettura affinché “venga dato a Tremonti e Berlusconi che hanno lasciato in mutande operatori e fasce deboli”. Altri manofestanti hanno esposto lo striscione principale sul balcone di Palazzo Reale. “Chiediamo al governo e questa volta con una sola voce a livello nazionale – racconta Sergio D’Angelo, portavoce del movimento – di ripristinare i fondi nazionali tagliati, che sono stati ridotti di oltre l’80%, passando dai due miliardi 527 milioni del 2008 ai poco più di 545 milioni previsti per il 2011, ma anche di introdurre misure di contrasto alla povertà e di definire una volta per tutte i livelli essenziali di assistenza”.

Non solo. Gli operatori denunciano che il governo ha completamente cancellato i fondi per l’inclusione degli immigrati, per i non autosufficienti e per l’infanzia. E anche la regione Campania ci ha messo del suo. Si è passati da un investimento nelle politiche sociali di 110 milioni di euro nel 2010 ad una previsione di spesa per il 2011 di 13 milioni di euro.

Numeri che parlano chiaro. ll dato di spesa media sociale pro capite in Campania si attesta intorno ai 30 euro contro i 344 euro della Valle D’Aosta, 65 euro il dato medio nazionale. Dove c’è più bisogno ci sono meno risorse. Molti operatori impegnati quotidianamente nell’assistenza a minori, donne vittima di tratte, anziani e portatori di handicap stanno lavorando senza percepire lo stipendio. I fondi non vengono erogati dalle asl e dagli enti territoriali, nonostante i ser vizi vengano corrisposti e fatturati. Si arriva a periodi di mancato pagamento anche di 24 mesi. “ Io lavoro in una cooperativa sociale – racconta un’operatrice – e ci rivolgiamo ogni giorno ad una platea di 450 persone tra bambini e famiglie. Da mesi non vengo pagata, portiamo molti arretrati, rischiamo la chiusura che non significa solo perdere il posto, ma cancellare i servizi.

Chiudere significa solitudine per gli anziani e disabili, abbandono totale per i bambini. Chi ci governa non comprende che la sofferenza, se viene lasciata sola, diventa violenza”. La vertenza riguarda circa 20 mila operatori sociali in Campania, in Italia sono 250 mila i posti di lavoro a rischio.

“ L’impatto occupazionale – conclude D’Angelo – che si determina in questo settore è significativo. Il nostro lavoro non serve solo alle famiglie degli operatori, ma serve soprattutto alle persone più esposte al rischio di esclusione sociale nel nostro paese. Tagliare non significa risparmiare. Lasciare solo un anziano sul territorio non significa spendere meno, quella persona ricorrerà alle uniche risposte possibili, come ad un ricovero ospedaliero inappropriato, che costa allo stato più dei servizi erogati dalle cooperative”.