Il 25 aprile è per me, sempre, un ottimo pretesto per riflettere sulla Resistenza.
La Resistenza di ieri e quella di oggi. La Resistenza come categoria dello spirito ma anche e soprattutto pratica quotidiana che non si esaurisce nel ricordo di coloro che la fecero contro l’invasor ma che è stimolo per pensare alle molte resistenze necessarie in questo momento storico per sviluppare anticorpi a un sistema culturale e sociale sempre più piatto e povero, dove le sfumature non sono rappresentate e nemmeno rappresentabili, come racconta bene Benedetto Zacchiroli nel post dedicato alla pubblicità Ikea circa le ultime affermazioni di Carlo Giovanardi.

La Resistenza come filo rosso che lega passato e presente, necessaria allo sviluppo sano e sostenibile di una democrazia. Ieri, a parlare di Resistenza, a sentire di Resistenza e a respirare di Resistenza sono stata a Ca’ de Mandorli, a Bologna, per la consueta festa del 25 aprile.

Come donna che cerca di promuovere modelli non stereotipati di femminile, ho apprezzato moltissimo il monologo di Alice Reina dedicato a Irma Bandiera e non solo perché Alice  è un’amica, non solo perché sono molto legata alla figura della “Mimma” ma anche perché in questo bel brano di teatro ho sentito un grande orgoglio di resistenza femminile.

Ma chi era Irma Bandiera?

Irma Bandiera era una donna che proveniva da famiglia borghese e che a un certo punto della vita si è trovata a dover scegliere e ha scelto di partecipare attivamente, come staffetta partigiana, pur avendo la possibilità di rimanere nelle retrovie della storia. Ha scelto fino alle estreme conseguenze e ha dato la vita in cambio del silenzio. Presa dai tedeschi, dopo 7 giorni di torture, è morta davanti alla casa dei suoi genitori, senza aver fatto nemmeno un nome dei compagni.

La chiamavano Mimma ed era bella. La chiamavano Mimma e gli altri partigiani avevano talmente fiducia in lei che – anche dopo aver saputo che era finita nelle mani dei tedeschi – non cambiarono i piani stabiliti. Della Mimma si fidavano.

Passo quasi ogni giorno davanti alla lapide che commemora il punto in cui Mimma morì, ma anche quello in cui visse. Ci passo con la mia bambina che ha 4 anni. Mandiamo un bacino verso la foto di questa donna e le racconto la sua storia, perché le storie come quelle di Irma devono tramandarsi di bocca in bocca, crescere come semi di pace.

Così la vedo io, come mamma.

Mia figlia mischia alla storia che le racconto le favole che leggiamo alla sera, i film che guardiamo insieme. Dittatura, invasori, guerra e partigiani si mescolano a frecce, cacciatori e principesse che si addormentano in attesa di un bacio. Però, in questo potpourri di fantasia e realtà c’è sempre un dato fondamentale che lei non dimentica, ovvero il fatto che a Irma e ai suoi compagni noi dobbiamo la libertà. Lo dice con orgoglio, forse non sa nemmeno bene cosa significhi questa parola che non si tocca, non si annusa, con la quale è difficile giocare, ma è felice quando soffia il suo bacio alla foto sorridente di questa giovane donna e dice “Grazie Irma, grazie per la libertà!”.

Ma cosa ce ne possiamo fare, oggi, della nostra libertà?

Sono un’inguaribile ottimista e penso che questa libertà la dobbiamo esercitare, dobbiamo fare in modo che non vada sprecata. E per esempio abbiamo la libertà di contestare ciò che ci sembra ingiusto, la libertà di promuovere visioni non univoche e parziali, la libertà di essere persone ogni giorno migliori.

Per esempio siamo cittadini liberi di partecipare (mi scusi Giorgio Gaber se mi permetto di parafrasarlo) e di Resistere. E qui torniamo al sottile filo rosso che lega le celebrazioni del 25 aprile, le bandiere tricolore con la scritta “w la Resistenza” e Irma Bandiera e la sua scelta, come persona.

Il 21 aprile – giorno in cui si ricorda la Liberazione di Bologna – accanto alla lapide della Mimma è comparsa una scritta, una scritta resa celebre dalla morte di Vittorio Arrigoni. Qualcuno ha attaccato accanto alla foto di Irma Bandiera due parole: Restiamo umani.

La scelta, la Resistenza ai luoghi comuni e la libertà di partecipare alla vita sono elementi che accomunano queste due storie, apparentemente tanto lontane. E lontane nel tempo, queste due persone ci ricordano che un modo c’è per restare umani ed è esercitare la propria personale Resistenza a qualsiasi forma di massificazione culturale, con rispetto degli altri e facendone un’attività positiva.

Ognuno a suo modo, semplicemente;  senza dover fare grandi cose ma solamente esercitando la propria responsabilità sociale di cittadini, differenziando la spazzatura, facendo sedere una persona anziana in autobus, ascoltando gli altri e imparando a discutere senza che la pancia abbia sempre il sopravvento sul confronto.

Ognuno con i suoi mezzi e con i tanti che abbiamo oggi a disposizione anche grazie a questa cosa che si chiama Rete. Senza demandare, senza sperare che altri facciano al posto nostro.

Ecco, io quando passo sotto quella foto, quando ascolto una giovane attrice recitare un commovente brano dedicato a Irma Bandiera o guardo mia figlia ballare Bella Ciao a Ca’ de Mandorli, penso che queste semplici cose siano l’unica possibile speranza che abbiamo per restare umani.

E se ci pensate, non è affatto difficile provarci.

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