Il Tribunale del Riesame di Bologna prende tempo. Nel corso dell’udienza di questa mattina, per l’arresto dei cinque anarchici del circolo Fuoriluogo, i giudici hanno deciso di attendere, riservandosi di decidere sulla richiesta di scarcerazione dei difensori degli imputati. Entro venerdì la decisione.

L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata all’eversione dell’ordine democratico. Lo scorso 6 aprile furono arrestati Stefania Carolei, 55 anni, bolognese; Nicusor Roman, 31 anni, romeno abitante a Bologna; Anna Maria Pistolesi, 36 anni, bolognese; Martino Trevisan, 25 anni, di Bressanone; Robert Ferro, 25 anni, di Bolzano. Oltre alle cinque ordinanze di custodia cautelare anche sette misure restrittive.

Carolei, anarchica navigata, era considerata “il capo dell’associazione criminale e si colloca al vertice del sodalizio per il suo patrimonio di conoscenze e la lunga militanza anarchica” si legge nelle pagine dell’ordinanza del gip Andrea Scarpa. Grazie al suo impulso fu creato il circolo Fuoriluogo, in via San Vitale 80, nello stesso luogo in cui nel 2006 gli anarchici misero una fotocopiatrice presa da un centro a Prato, nella quale c’era già una microspia. Grazie al suo lavoro gli inquirenti sono riusciti a dare fondamento alle loro accuse, oltre ad evitare azioni programmate dagli anarchici. Un'”escalation criminale destinata a suscitare allarme sociale” scrive ancora il gip.

Gli anarchici sono comunque accusati di aver promosso, organizzato e diretto un’organizzazione con sede centrale nei locali di Fuoriluogo, ora sotto sequestro, che si prefiggeva il compimento di azioni violente, danneggiamenti, manifestazioni non organizzate.

La difesa ha chiesto l’annullamento dell’ordinanza per mancanza di gravi indizi di colpevolezza sul reato associativo, avanzando la richiesta di arresti domiciliari e il dissequestro del circolo Fuoriluogo. Domande che hanno trovato l’opposizione del pm Plazzi.

Sabato 16 aprile intanto una manifestazione di circa cinquecento anarchici ha sfilato per le vie della città in difesa di Fuoriluogo e in appoggio agli attivisti arrestati; uno striscione recitava: “Complicità”. Slogan di solidarietà per i prigionieri politici greci e contro Digos e polizia. In quell’occasione sono stati quattro gli anarchici denunciati immediatamente dalla Digos, per il materiale sequestrato prima della partenza del serpentone. Caschi, aste di plastica, bastoni di legno, palloncini di vernice, petardi, razzi da segnalazione marittima. “Un armamentario classico per far degenerare in guerriglia la manifestazione”, ha detto il procuratore aggiunto Valter Giovannini.

Oggi gli avvocati dei cinque anarchici hanno inoltre chiesto l’annullamento delle misure restrittive, come obbligo di firma o dimora, per gli altri indagati. Come Francesco Magnani, un ferrarese di 23 anni. Magnani due giorni prima dell’attentato del 29 marzo alla sede dell’Eni di via San Donato, chiama dal telefono fisso dell’ufficio del padre  Maddalena Calore, anarchica arrestata più volte e intercettata. Il giovane nella telefonata parla di “una festa più grossa del previsto” e chiede alla donna, che era a Roma di venire a Bologna. Ma questa si dice impegnata per “problemi di lavoro”, fraintendendo il riferimento. Magnani si fa esplicito: “Una cosa come quella che facemmo quando tu eri ai domiciliari”, riferendosi secondo gli inquirenti a un’azione avvenuta in via Massarenti nel 2009. Per chi indaga la “festa” sarà poi quella che faranno all’Eni. Magnani fu fermato la mattina degli arresti con l’accusa di aver compiuto proprio quell’attentato, con l’ipotesi di atto di terrorismo in concorso con altre persone da identificare e detenzione e porto di materiale esplodente. Misura, però, che non è stata convalidata dal gip di Ferrara.