Fanno talmente schifo che persino le agenzie di rating, che certo non eccedono in sensibilità, si rifiutano categoricamente di prezzarle. Colpa delle difficoltà oggettive di valutazione certo, ma anche, almeno questo si spera, della pessima quanto meritata reputazione di titoli senza scrupoli. Securities che non garantiscono certo un ritorno di immagine e che per questo non vengono pubblicizzate volentieri. Ma anche strumenti di profitto che giocano su una scommessa molto particolare. Quella sulla morte del sottostante. Ovvero dell’essere umano in questione.

Si chiamano “Death bonds” e il nome è già un programma. Sono titoli derivati costruiti sulle assicurazioni sulla vita. Vengono scambiati cedendo il diritto di riscossione e alla fine dei giochi generano un profitto sul decesso del titolare iniziale. Una sorte di speculazione sul caro estinto, anzi sul morituro.

In America circolano ormai da anni ma di recente sono tornate alla ribalta. Il colosso assicurativo American International Group (AIG), rivela il Wall Street Journal, starebbe cercando attivamente il sostegno degli investitori per espanderne il commercio. Nel 2006, la compagnia sottoscrisse un ammontare totale di 1.799 contratti “futures” sulle polizze vite per un controvalore complessivo di 3,7 miliardi. Lo scorso anno, la stessa società ne ha sottoscritti 5.673 per un giro d’affari di 17,7 miliardi. Adesso, ammette un portavoce, l’azienda conta di insistere sulla stessa linea con l’obiettivo di fare cassa. Una necessità imposta dalla crisi ovviamente, e dagli obblighi di capitalizzazione.

Lo schema è relativamente semplice, almeno per chi, gli anni scorsi, ha avuto a che fare con il mercato dei mutui e dei relativi derivati. L’investitore acquista un certo numero di polizze vita dai sottoscrittori, le “impacchetta” come garanzie e costruisce un collaterale, una vera e propria collateralized debt obligation “mortifera”. Una volta che quest’ultimo è immesso sul mercato (ad un prezzo che garantisca una prima plusvalenza) gli acquirenti pagano i premi annuali alla compagnia preparandosi a intascare i risarcimenti ad ogni decesso. A seconda del tempo necessario affinché la morte sopraggiunga qualcuno guadagnerà e qualcun altro patirà una perdita.

Tutto chiaro? Un esempio per capire, tratto da un articolo-denuncia pubblicato più di un anno fa dal New York Times. Gli investitori, scriveva il quotidiano, “progettano di acquisire polizze vita che anziani e malati vendono per fare cassa”. Solo che questi ultimi, manco a dirlo, sono alla disperazione e accettano per tanto di cedere la propria assicurazione ad un prezzo molto basso, diciamo “400 mila dollari per una polizza da 1 milione, a seconda dell’aspettativa di vita” e del caso specifico. A quel punto gli acquirenti impacchettano le polizze in apposite obbligazioni che verranno vendute a grandi operatori come, ad esempio, i fondi pensione pronti ad intascare il premio alla morte del titolare originario. “Prima sopraggiunge la morte, maggiore sarà il rendimento”. Tanto più a lungo vivrà il disgraziato, tanto minore sarà la resa. Con il rischio a lungo andare di subire anche delle perdite. Insomma, una volta che il prodotto è venduto la compagnia e l’acquirente si trovano sul fronte opposto della scommessa: la prima tifa per la sopravvivenza, il secondo spera in una morte rapida.

L’aspetto tragicomico è che per molti investitori l’operazione si è rivelata spesso fallimentare visto che, nonostante le previsioni, molti assicurati sono vissuti più a lungo di quanto si ritenesse possibile. Senza contare gli effetti negativi della contrazione del credito patita dal 2008 e dalle spese legali sostenute nelle cause che hanno spesso tormentato questo mercato tuttora poco regolamentato. Si stima che il valore degli scambi sulle obbligazioni mortuarie create nell’ultimo decennio ammonti a 45 miliardi di dollari.