La “levigatrice di pietre”, da scagliare una a una in età senile: questa è la mia ambizione lavorativa più recente in un’Italia che sembra non dar valore, se non sul piano della gloria, a un titolo universitario preso all’estero. Laurea quadriennale statunitense ottenuta a seguito di una borsa di studio vinta a diciotto anni, possibilità d’impiego reali che mi permettono di non gravare troppo sulla famiglia all’interno di un sistema che, magicamente, prevede che uno studente possa, anzi, debba conciliare studio e lavoro durante tutto il periodo universitario.

Piccolo particolare: un Bachelor of Arts in canto lirico, con minors in pianoforte e spagnolo, è una laurea inesistente in Italia. Terminati gli studi e rientrata in patria con gli occhioni spalancati, ecco cosa mi accade. Ogni volta che compilo un qualsiasi curriculum online, “laurea estera” non compare neanche tra le opzioni. L’area occupata dagli occhioni comincia a diminuire, e l’idea di levigare pietre per mestiere comincia a farsi largo tra le mie ambizioni da soffitta polverosa.

La speranza di convertire il mio B.A. in una triennale è fantascienza, mi dicono. Dovrei trovare un percorso simile a quello che ho seguito, per poi sostenere gli esami che mancano. Tradotto, devo ricominciare tutto da capo – cosa che, “lungimirando”, scelgo di fare. Un lavoro comunque mi serve, così mi candido senza pretese particolari (visto il momento storico) dichiarando di essere laureata. Ma puntualmente, dopo l’iniziale interesse suscitato nel potenziale datore di lavoro, mi sento rispondere che il mio titolo, nonostante l’autenticazione del tribunale, qui non ha valore.