Con una legge varata lo scorso 19 marzo ed appena entrata in vigore, lo Stato Vaticano ha disposto un giro di vite nella disciplina sul diritto d’autore, restringendo considerevolmente gli ambiti e le possibilità di utilizzazione – specie per scopi commerciali – dell’immagine del pontefice, della sua voce, dei suoi discorsi, dei beni culturali vaticani e, persino, delle leggi e degli atti ufficiali del Vaticano e della Santa Sede. E’ una scelta, come spiegato nei giorni scorsi dall’Osservatore Romano, legata all’esigenza di stare al passo con i tempi e di difendere l’immagine del pontefice ed il patrimonio informativo e culturale dal rischio di abusi resi possibili dalle nuove tecnologie.

L’ex Presidente della Siae Giorgio Assumma, che ha partecipato, in qualità di esperto, alla stesura della nuova legge, l’ha definita “progressista” perché non limiterebbe la diffusione dell’informazione e della cultura pontificia ma, ad un tempo, riconoscerebbe al papa, al Vaticano ed alla Santa Sede efficaci strumenti di tutela contro eventuali abusi. A scorrere il testo della nuova legge pubblicato sul sito internet dello Stato della Città del Vaticano, tuttavia, sorge qualche dubbio su tale affermazione e sull’opportunità del nuovo approccio pontificio al diritto d’autore.

La nuova legge vaticana – al pari della precedente – prevede, in linea di principio, l’applicabilità della disciplina sul diritto d’autore vigente in Italia e, anzi, stabilisce che, per il futuro, eventuali sue modificazioni trovino applicazione senza bisogno – come avviene oggi – di uno speciale provvedimento di recepimento.

L’art. 2 della nuova legge, tuttavia, stabilisce che “le norme relative alla protezione e alla gestione del diritto d’autore si applicano anche ai testi delle leggi e degli atti ufficiali pubblicati, in qualunque forma, dalla Santa Sede e dallo Stato della Città del Vaticano”. Sembrerebbe dunque che in Vaticano abbiano deciso di “mettere sotto chiave” anche le leggi e gli atti ufficiali. Curioso, perché la legge italiana prevede esattamente l’opposto. L’art. 5 della nostra Legge sul diritto d’autore, infatti, stabilisce che essa “non si applica ai testi ufficiali dello Stato e delle amministrazioni pubbliche sia italiane che straniere”.

La nuova legge vaticana introduce, inoltre, restrizioni importanti all’utilizzo dell’immagine del pontefice e persino della sua voce. Comprensibile e condivisibile l’esigenza di evitare che il volto del papa – come accaduto con quello di Giovanni Paolo II – finisca stampato su un lecca-lecca ma, ad un tempo, la teoria dei commons nell’universo immateriale avrebbe forse suggerito un approccio meno rigido e restrittivo. Non dico che il Vaticano e la Santa Sede dovessero dare il buon esempio rendendo disponibile il proprio sterminato patrimonio informativo e culturale sotto creative commons ma spingersi a proteggerlo in maniera addirittura più restrittiva di quanto accade in Italia sembra davvero eccessivo.

Mentre l’amministrazione statunitense dello Stato capitalista per antonomasia abbraccia la dottrina dell’Open Data e strizza l’occhiolino alla teoria dei beni comuni almeno nell’universo dell’immateriale, la Chiesa, nell’era dell’accesso, ricorre al diritto d’autore per limitare l’utilizzo del proprio patrimonio culturale ed informativo. Miracoli e contraddizioni del secolo della Rete.