di Cecilia Attanasio Ghezzi e Edoardo Gagliardi*

10 dicembre 2010. Premio Nobel per la pace. L’immagine della sedia vuota di Oslo viene trasmessa in tutto il mondo. O quasi. Un simbolo che ci ricorda come i così detti valori universali non siano, in verità, universalmente condivisi.

Ne aveva discusso proprio il giovane Liu Xiaobo nella sua tesi di dottorato Estetica e libertà dell’uomo (Shenmei yu ren de ziyou), esattamente un anno prima che le manifestazioni di Piazza Tian’anmen venissero soffocate nel sangue. Era il 25 giugno 1988 e alla Normale di Pechino il giudizio dei membri della commissione fu estremamente positivo. La casa editrice dell’Università la pubblicò nel settembre di quello stesso anno.

Dopo i fatti di Tian’anmen quel libro fu subito ritirato dalle librerie. Divenne impossibile leggerlo. Ma, come spesso accade ai classici proibiti, continuò a circolare clandestinamente. L’abbiamo ricevuto così: un modesto plico di fotocopie. Il nome dell’autore, tre piccoli caratteri sbiaditi, è pronunciato a bassa voce. Ora più che mai.

Mancano alcune delle duecento pagine totali. Ma è normale. Sono fogli passati di mano in mano per oltre due decenni. Stimolando discussioni e commenti fra studenti, intellettuali e professori delle università più prestigiose della Cina. Ora le abbiamo di fronte, con alcuni commenti scritti frettolosamente a margine e diverse sottolineature.

Quando è stata scritta questa tesi, la Cina viveva un periodo completamente nuovo. Dopo decenni di omologazione ideologica, culminati con la Rivoluzione culturale, nel 1977 riaprivano le università. Liu Xiaobo fa parte di quella prima generazione che vi si iscrive. Si laurea in Lettere all’Università di Jinlin e subito ottiene un posto da ricercatore alla Normale di Pechino. In quegli anni molti intellettuali cinesi mettono in discussione il confucianesimo, dottrina cardine del pensiero orientale che persegue il raggiungimento di un’armonia ideale – nel quale però l’individuo scompare a favore del benessere della società tutta. Sono anni in cui la società cinese riscopre e ricerca spazi di espressione individuale che si manifestano con uno sviluppo inedito dell’espressione artistica e di nuove forme di cultura popolare.

Si riscoprono i valori occidentali, di cui si era cominciato a discutere alla fine del XIX secolo, quando la Cina aveva cominciato ad affacciarsi alla modernità. Si discute di psicologia, linguaggio e, soprattutto, d’individualismo. Si afferma la libertà di pensiero al di fuori degli schemi fissati dalla tradizione. E Liu Xiaobo si inserisce perfettamente in questo movimento culturale – che ha fatto paragonare a molti la scena filosofica della Cina di questo periodo al Secolo dei Lumi in Europa.

Sono qui che si devono rintracciare le radici delle aspirazioni contenute in Charta 08, documento che in patria è costato a Liu Xiaobo una condanna a undici anni di prigione e in Occidente gli è valso il premio Nobel per la Pace. L’appello è noto. Invoca libertà d’espressione, libere elezioni, riconoscimento delle libertà individuali e il rispetto dei diritti dell’uomo. Niente di straordinario per la cultura occidentale. Qualcosa di estremamente coraggioso per un cinese che vive e lavora nella Repubblica popolare. Paradossalmente l’origine di questo coraggio è da rintracciarsi proprio in quella cultura che il giovane Liu e la sua generazione cercava di superare. Il funzionario confuciano, assimilabile alla figura dell’intellettuale moderno, poteva infatti criticare il potere. Anzi, ne aveva il dovere se serviva a perfezionare il perseguimento di una società armoniosa.

Nelle pagine inedite che presentiamo, tutti questi argomenti sono in nuce. La tesi è che solo attraverso l’esperienza del bello l’individuo può ritrovare la sua centralità e quindi la sua libertà. L’uomo, infatti, può emanciparsi dalla propria condizione tragica grazie alle sue inclinazioni spirituali e soggettive. Un’attenzione all’individuo in quanto tale che in Cina non è affatto scontata. Come scrive il giovane Liu: «la cultura orientale… presta più attenzione alla società, alla nazione e al popolo che all’individuo. L’uomo orientale, in particolare quello cinese, enfatizza l’unità e l’armonia tra individuo e società».

Liu, invece, guarda all’individuo e alle capacità dei suoi processi cognitivi quando si trova di fronte alla bellezza. Nella sua analisi coesistono filosofia occidentale moderna, letteratura – Shakespeare su tutti – e pensiero tradizionale cinese. Nel cuore di questo percorso teorico, sono approfondite esplorazioni del rapporto tra estetica e intuizione, illusione e sinestesia, empatia e subconscio. Liu conclude riscoprendo l’individuo, l’uomo dotato di un nuovo strumento: la bellezza. Solo quest’ultima gli permette di superare la realtà e i suoi limiti, di travalicare le costrizioni e di raggiungere una nuova condizione di libertà.

Avvalendosi di questo strumento scoperto in giovane età, Liu ha continuato a commentare la strategia seguita dal Partito comunista dopo la repressione delle manifestazioni dell’89 a cui aveva partecipato con grande slancio. Quando al grido di “arricchirsi è glorioso Deng Xiaoping apriva alle riforme economiche che hanno trasformato la Cina nella potenza economica di oggi, Liu Xiaobo denunciava l’intento di «comprare la memoria delle masse con la promessa di un benessere relativo». Questo intento Liu lo chiamava La filosofia del porco, al quale dedicherà un saggio nel 2000 – che presta il nome alla raccolta di articoli appena pubblicata da Gallimard. Qui Liu spiega l’apertura economica di Xiaoping in questi termini: «ci insegna come fare affinché i porci si addormentino quando sono sazi e mangino quando si risvegliano, inducendoli a soddisfare bisogni primari come quelli alimentari e sessuali senza lasciargli il diritto a più alte aspirazioni». Come non ritrovare le convinzioni espresse vent’anni prima?

Quella sedia vuota che tanto ha colpito il nostro immaginario è una forma d’arte. Un’esperienza estetica che ci costringe a ripensare alla libertà dell’uomo. E alla condizione di Liu Xiaobo. In catene.

* Sinologi, collaborano a china-files.com

Saturno, Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2011