Lo studioso inglese Steven Connor nel suo volume The English Novel in History, 1950-1995 (Il romanzo inglese nella storia, 1950-1995), scrive che l’opera letteraria rappresenta un “ponte interpretativo” tra la realtà storica e come essa è percepita da coloro che ne sono parte. La forma letteraria dunque è uno strumento essenziale per comprendere il percorso storico di una società, in quanto “voce che narra” alcuni aspetti talvolta meno visibili di essa.

Tenendo conto del concetto di letteratura come strumento di interpretazione e rappresentazione delle tendenze storiche di una società, ritengo che in questo momento storico del nostro Paese, sia necessario lo sviluppo di una letteratura che dia voce alla nuovissima migrazione di giovani italiani. Tale letteratura non potrebbe che prospettarsi come una sorta di “letteratura della diaspora” che indaghi le problematiche nazionali da una prospettiva esterna. Non intendo, tuttavia, una iper-abusata rappresentazione oleografica e stereotipata del migrante italiano, immagine così distante dalla realtà odierna; ciò a cui mi riferisco è invece una letteratura che si ponga dalla prospettiva di chi nonostante abbia lasciato il paese continui a seguire con fervore intellettuale e civico gli eventi italiani e con indignazione i misfatti di una classe dirigente che ha flagellato il paese.

Una letteratura che rappresenti la nostalgia ma anche la rabbia di chi, comprendendo le potenzialità dell’Italia da una prospettiva esterna e quindi più oggettiva, le vede, tuttavia, dissiparsi. Che racconti di chi è andato via da luoghi consegnati alle mafie o a personaggi di infima statura morale e culturale, via dal cancro del nepotismo e della corruzione. Che dia spazio a chi, pur da lontano, non sopporta la vista della sua terra violentata dal malcostume e dalla malavita, raccontandone le ragioni, le prospettive e la vita.

Vivendo in Gran Bretagna – ma ciò è visibile a chiunque viaggi anche solo per turismo in qualsiasi altro paese europeo – ho notato quanto gli inglesi valorizzino ogni singola pietra del proprio patrimonio culturale. E’ perciò straziante leggere della rovina del nostro, apprezzato e invidiato in tutto il globo. Ecco, vorrei una letteratura che raccontasse la tristezza e la rabbia provata da un italiano all’estero nel guardare, solo per fare un esempio, le immagini della Reggia Borbonica di Carditello, un gioiello artistico-architettonico che altrove avrebbe creato occupazione e arricchimento morale, civile ed economico, abbandonata, saccheggiata e messa all’asta.


La letteratura della diaspora italiana che vorrei dovrebbe rappresentare anche il sogno di chi, anche se decidesse di vivere per sempre altrove, vorrebbe il patrimonio culturale, scientifico e umano del proprio paese valorizzato al meglio sul “suolo natio”.

di Francesco Di Bernardo, dottorando in Letteratura Contemporanea presso la University of Sussex