Ha sempre lo stesso sapore, ma è anche molto più salata: l’acqua in Emilia-Romagna è tra le più care di tutto lo stivale. Lo denuncia uno studio di Cittadinanzattiva riferito al 2010: in regione una famiglia di tre persone spende mediamente 319 euro all’anno per il servizio idrico integrato, su una spesa media nazionale di 270 euro. Di più, solo Toscana (369 euro) e Umbria (339). A pagare di più le spese è Ferrara, con 370 euro annui, mentre a Piacenza la bolletta è la più dolce dell’Emilia-Romagna (257 euro). Cifre alte anche se in percentuale gli incrementi tariffari sono rimasti nel 2010 sotto la media nazionale (le bollette in regione sono cresciute del 4,9% contro il 6,7% di media nazionale, con Bologna seconda città in regione quanto a convenienza).

Forse un po’ cara, ma senza dubbio preziosa, l’acqua, come ricorda la ricorrenza della giornata mondiale dell’acqua, fissata dalle Nazioni unite per il 22 marzo sin dal 1992. Per Hera, la multiutility emiliano-romagnola, questa è un’occasione per presidiare le piazze più importanti, promuovere l’acqua di rubinetto e far conoscere i propri investimenti nel settore oltre che un progetto di solidarietà per il Sudan. Per altri, il 22 marzo è un momento importante per promuovere il sì al prossimo referendum e per ribadire un no agli aumenti delle tariffe.

Mentre infatti per il 2010 il dossier di Cittadinanzattiva sembra aver promosso in corner la costosa Emilia-Romagna per aver almeno diminuito in percentuale gli incrementi tariffari, le vicende più recenti disegnano un futuro meno promettente. La multiutility Hera ha infatti chiesto di recente un rincaro del 10% della tariffa dell’acqua a Bologna, scatenando la reazione anzitutto del comitato “Due sì per l’acqua bene comune”, che oggi pomeriggio farà volantinaggio in via San Felice 25 davanti all’Ato5 a partire dalle ore 14. L’assenza del Comune all’assemblea dei sindaci di Ato ha fatto slittare in un primo momento l’approvazione degli aumenti delle tariffe dell’acqua, e il comitato il cui referente è Andrea Caselli (Cgil) chiede, in vista del referendum, un provvedimento di legge immediato che posticipi le scadenze previste dalla legge Ronchi.