Era marzo ed era primavera. Il conto alla rovescia era partito e la valigia era pronta e la mia vita inscatolata in dieci piccoli contenitori di cartone, già partiti per un indirizzo del Queens, che per me poteva essere anche la luna. Non ricordo il giorno in cui sono salita su quell’aereo. Se fosse assolato o freddo. Non ricordo chi era con me a salutarmi. Avevo salutato mille volte i miei genitori e il mio cane. E mille volte avevo pensato che non ce l’avrei fatta a reggere il loro dolore. E nemmeno la forza di mia madre che per la prima volta in una vita intera, era con me al cento per cento, “vai, qui non sei felice”. Non mi basterà il resto della vita a chiedergli perdono per quel distacco. Anche se da tanto non vivevo nemmeno nella stessa città, quello era il distacco. Perché “andavo via” e davvero. Senza certezze, senza soldi, senza appoggi. Solo con la mia ostinata convinzione che è necessario cercare la felicità a ogni costo, pagando ogni prezzo.

Non ricordo la partenza ma ricordo l’arrivo. Quasi notte, in un aeroporto quasi deserto e la valigia smarrita e quell’aria afosa e umida appena le porte del Jfk si sono aperte per partorirmi alla mia nuova vita. Con dolore. Quando il tassista mi ha chiesto che strada fare per arrivare al mio indirizzo, ho risposto “quella che preferisci”. Per me, poteva portarmi anche all’inferno. Avevo tanta paura di esserci. E ho detto a me stessa “domani torno a casa.

Oggi sono a casa. A New York. E so di non essere all’inferno ma in un posto dove ogni mattina, ogni istante, senti che sei un essere umano degno di questo nome. Non è il paradiso, non è la perfezione, non è la terra promessa. Ma è la mia casa, dove io ho ritrovato il gusto della speranza, la forza dell’ottimismo e il rispetto per me stessa e per ciò che sono.

Come ripeto spesso, quasi nessun italiano qui mi ha mai teso una mano o offerto una spalla per piangere o offerto un bicchiere di vino per sorridere insieme. Se sono sopravvissuta, e vivo, è grazie a quel miscuglio di umanità che rende unica quest’“isola vicino agli Stati Uniti”; un miscuglio fatto di tante razze, colori, religioni e lingue. Amo i miei concittadini newyorchesi e la loro generosità. Il loro essermi accanto in questa mia quotidiana lotta, per la realizzazione del mio sogno. Tanti di loro sono diventati la mia famiglia, i miei Natali e i miei “4 luglio”.

Tornando a casa, ieri sera, in metropolitana ho conosciuto Giuseppe. E’ qui da 3 anni. E’ arrivato da un piccolo paese del Nord Italia. E’ un “illegale”. Questo significa che da 3 anni non vede la sua famiglia perché non può rientrare in Italia. Giuseppe è laureato. In Italia lavorava per 500 euro al mese. Viveva con i genitori. E aveva dimenticato la speranza. Giuseppe qui lavora e ha la sua casa e i suoi amici e il suo obiettivo ora è “sistemare” legalmente la sua situazione per tornare ad abbracciare i suoi genitori. Non tornare a casa, né in patria. Solo oltreoceano, per un abbraccio.

Oggi vado al Metropolitan a guardarmi le opere del Trecento e del Rinascimento. A guardarmi Pompei. A ricordarmi che sono figlia del Beato Angelico, di Botticelli, di Michelangelo. E che parlo la lingua di Dante e di Ungaretti. E indosserò un mio vecchio pantalone di Armani. Così, quella povera patria che oggi festeggia se stessa, senza allegria né ottimismo, mi sembrerà meno disperata.