La crisi economica globale ha giocato un ruolo fondamentale nella caduta dell’immagine dei governanti europei che secondo un campione rappresentativo di cittadini dei cinque tra i più popolosi paesi dell’Unione sono i veri responsabili del declino, non solo economico, della democrazia nel vecchio continente. Sfiducia, paura e disillusione sono i sentimenti più diffusi tra la popolazione rispetto all’idea che i governi siano in grado di traghettare definitivamente i propri Paesi fuori dalla crisi.

Lo rivela un sondaggio effettuato in Gran Bretagna, Polonia, Spagna, Francia e Germania dal quotidiano britannico The Guardian insieme al centro ICM. 5.000 persone in età lavorativa hanno risposto on-line a domande sui propri politici e sulla situazione economica.

Dalla ricerca emerge un quadro di una popolazione che pur confidando nei valori liberali e nelle istituzioni dell’Unione, è ostile alle strategie economiche degli Stati e molto diffidente nei confronti dei propri leader politici, spesso considerati inadatti a risolvere i problemi e in alcuni casi perfino disonesti.

In Polonia solo il 3% degli intervistati considera onesti i propri politici (in Spagna l’8%, in Germania il 10%, in Francia l’11% e in Gran Bretagna il 12%), mentre solo il 6% di persone in Europa sostiene di avere grande fiducia nel proprio governo, il 46% dice di averne poca e il 32% nessuna. I più sfiduciati nei confronti dei propri esecutivi sono polacchi e francesi (82% del totale), seguiti dalla Germania (80%) e dalla Francia (78%).

Ma è soprattutto dalle profonde preoccupazioni economiche che sembra dipendere la sfiducia negli amministratori della cosa pubblica.

Il 40% degli intervistati pensa che l’economia peggiorerà nel prossimo anno, rispetto a un 20% che invece è ottimista. L’apprensione è più marcata in Francia, con i pessimisti in testa di 46 punti percentuali rispetto agli speranzosi (40 i punti di differenza in Gran Bretagna e 30 in Polonia). Solo in Germania, che nonostante la crisi si conferma motore dell’economia europea, gli ottimisti sono la maggioranza.

Il sondaggio mostra anche un generale scetticismo nei confronti del taglio della spesa pubblica adottato da molti governi, tuttavia tra chi ritiene i tagli necessari c’è disaccordo tra chi pensa che sia meglio applicarli subito, per contribuire a ridurre il debito nazionale, e chi invece ritiene sia necessario farlo dopo, quando si avranno i primi segnali di consolidato recupero dell’economia. A favore della prima opzione c’è il 42%, con i tedeschi in testa, mentre il 41% è per la seconda, guidata dai britannici.

Sono fuori da questa media gli spagnoli, con il 17% contrario ai tagli e i polacchi (14%). Due paesi, la Spagna e la Polonia, protagonisti, negli ultimi anni, di una rapida crescita anche grazie all’adesione all’Unione europea, ma dove vige un welfare notevolmente più povero rispetto agli altri Paesi e tra i cittadini, che hanno molto più da perdere, soprattutto in servizi sociali, è dunque più forte l’opposizione al taglio della spesa. Ed è proprio da Spagna e Polonia che vengono gli unici segnali di ottimismo: a Madrid, la maggior parte dei cittadini pensa che nel 2021 si starà meglio; a Varsavia il 48% è sicuro che nei prossimi dieci anni l’economia si risolleverà definitivamente. Un periodo di tempo che, secondo i britannici, servirà a renderli più poveri o, nella migliore delle ipotesi, uguali a oggi. Tre quarti dei francesi pensa invece che nel 2021 la situazione sarà peggiorata, così come la metà degli intervistati in Germania, che pure non da’ particolari segni di cedimento.

Con un orizzonte che appare più nero del previsto, l’indagine del Guardian rivela un quadro (sia pure parziale) di una popolazione europea che, nell’incertezza e nella speranza, riconosce l’euro come un sicuro punto di riferimento comune. Nonostante le preoccupazioni dovute ai costi del salvataggio di Grecia e Irlanda, il 68% degli intervistati dei tre paesi dell’area euro inclusi nel sondaggio è favorevole al mantenimento della moneta unica.