Maledetti sono coloro che ricordano. Non più proscritti e censurati, gli esclusi dal sistema e dalle sue regole. Anzi, al giorno d’oggi assistiamo all’omologazione del politicamente scorretto. Un mercato di intellettuali vaghi che, per darsi un tono di distinzione, vestono i panni del cinico o del manigoldo a tutti i costi. In realtà non sono né rivoluzionari né maledetti. Al contrario di chi ricorda, perché lascia traccia. Rende pubblico ciò che dovrebbe esser dimenticato. Chi ricorda è perciò portatore di un pericolo. Può raccontare ad altri. Può scrivere, pubblicare ciò che sa. Si dirà: poco male, del resto la trasparenza è sempre stata un attributo fondamentale della democrazia.

Non è del tutto vero. Le radici della democrazia (e del politico) affondano, nella Grecia antica, sull’oblio. I greci istituirono un rapporto privilegiato fra la negazione del conflitto e la democrazia. Al fine di sanare le ostilità che laceravano la comunità, la polis, ai cittadini greci veniva imposto di non ricordare i mali trascorsi – così l’amnistia del 403 a.C. di Trasibulo. Questo evento ha qualcosa di straordinario: nessuna azione possiede un significato politico così importante come quello con cui a una comunità intera viene fatto promettere di non serbare memoria – seppur nella paradossale formula “ricordati di dimenticare”. Il contrario dei moderni, i quali scelsero invece di ricordare l’origine violenta del politico, dal Leviatano di Hobbes in poi. Ma questo ricordo è un monito, un’avvertenza, una paura ancestrale da tenere sempre a mente per evitare di tornare al caos originario e violento – per questo si deve rinunciare a qualche diritto a favore del “contratto”.

C’è però una costante, sia negliantichi che nei moderni: fra l’ordine e il caos non vi è punto di equilibrio. Quest’affermazione è messa in dubbio. Oggi i maledetti sono gli hacker. Maledetto è JulianAssange, che con WikiLeaks ha creato uno strumento per la memoria collettiva, un serbatoio di ricordi che la democrazia non voleva fosse condiviso. Contro la pubblicazione dei documenti riservati le potenze occidentali hanno invocato il caos: se fossero stati resi pubblici sarebbe stato messo in pericolo l’ordine (cioè le istituzioni democratiche). Proprio come Hobbes, che richiamava il caos della violenza archetipica: uno spauracchio affinché i cittadini moderni accettassero le leggi del contratto.

La questione interessante, più dei contenuti dei documenti resi pubblici, è l’operazione, le sue motivazioni e il suo significato politico. A capirlo ci aiuta lo stesso Assange, che ha scritto un testo, finora passato inosservato, dal titolo Cospirazione come forma di governo – pubblicato on line nel 2006, quindi nel momento stesso della fondazione di WikiLeaks e perciò considerato il suo manifesto politico. Uno scritto teorico, a tratti oscuro e poco chiaro, nel quale però ritroviamo la portata strategica dell’azione di Assange: ovvero trovare gli strumenti capaci di rendere impossibile qualsiasi governo autoritario fondato sul segreto. Non è un testo che avalla una teoria del complotto. Piuttosto tenta di disegnare un modello delle strutture di potere, così da individuarne le falle. E quindi creare un contro-dispositivo, capace di produrre effetti strutturali su questi regimi democratici.

E nel fare questo teorizza un rovesciamento della prospettiva: i poteri che egli intende attaccare, sono democratici, certo, ma anche autoritari e fondati sul segreto. Quindi in realtà sono loro a praticare la cospirazione, sono loro che hanno bisogno per poter esistere ed esercitare il loro potere dei segreti, fondativi o meno. Una sorta di “tassa del segreto” che la democrazia deve pagare affinché possa esser governata e gestita dai suoi poteri. È una prospettiva piuttosto interessante. Che pone la questione, fondamentale, di quanto la democrazia sia compatibile con la trasparenza, con un governo aperto e chiaro, con una gestione della società senza segreti. Ciò che le nostre democrazie celano è proprio il conflitto, la violenza, il momento della divisione.

L’avevano capito i greci – tanto che la stasis, proprio come il tiranno, veniva sempre descritta nei termini di una malattia che viene dall’esterno. Ma l’obiettivo delle procedure che governavano la democrazia greca non era cancellare lo scontro, tenerlo segreto, rimuoverlo come un lapsus (come sembra vogliano i governi di oggi). I greci non sanavano il conflitto, ma occultavano il suo contenuto violento e di paura. Nel momento del giuramento di non ricordare, trasformavano la contesa e la rendevano invisibile, perciò accettabile. Con l’azione di WikiLeaks le nostre democrazie sono obbligate a chiedersi cosa vogliono fare dei loro segreti.

Saturno, 4 marzo 2011