La storia che voglio raccontarvi oggi ha una premessa che la rende più convincente. Ed è un mio errore.

Colgo l’occasione, infatti, per chiedere ancora una volta scusa a Pier Luigi Bersani, Pierferdinando Casini, i loro collaboratori e ai loro sostenitori per il mio precedente post in cui sostenevo che erano stati assenti durante il voto di fiducia sul Milleproroghe quando in realtà la loro assenza è stata sul voto finale al decreto, mentre la questione di fiducia era stata posta sul maxiemendamento. L’errore è stato commesso alla fonte, Openpolis, che attraverso il suo blog chiede a sua volta scusa a tutti e pubblica i verbali dei due voti (fiducia sul maxiemendamento e voto finale). La mia mancanza è stata non incrociare i loro dati con quelli di altre fonti per un eccesso di confidenza, legato anche al successo di precedenti inchieste da me svolte avvalendomi dei dati di quel sito Internet (qui il mio post sul Fatto con il verbale del voto sulla richiesta di abolizione dei vitalizi ai parlamentari).

Bisogna sottolineare, inoltre, che la fiducia al maxiemendamento ha avuto un assente eccellente, ma non si tratta di Bersani né di Casini: è Antonio Di Pietro, giunto tardi in aula al momento della votazione. La notizia vera, dunque, è questa: fatto salvo il dato politico (la fiducia è comunque passata senza la maggioranza assoluta della Camera), è il leader dell’Italia dei Valori a dover rispondere al suo elettorato e all’opinione pubblica della sua assenza.

La mia segnalazione, poi rivelatasi errata, ha comunque scatenato un processo di controllo della fonte, verifica, denuncia, rettifica e ora mi porta a scrivere una smentita ufficiale. Questo è stato possibile grazie all’aiuto di tanti utenti, tra cui spicca senz’altro Silvia, che ha segnalato l’errore qui e alla redazione di OpenPolis e che colgo l’occasione per ringraziare.

La storia di cui vi volevo parlare oggi riguarda proprio la forza dello strumento del blog nel sistema mediatico contemporaneo, in Italia come nel resto del mondo. Lo dimostra una notizia poi rivelatasi infondata, così come lo dimostrò il post sui vitalizi che finì anche nella homepage di questo sito e diventò dunque una notizia di rilievo nazionale.

I blog, parola figlia della contrazione di weblog, (tradotto: diario della rete) nascono nel 1997. Il loro sviluppo iniziale è dovuto proprio all’utilizzo di uno spazio web facilmente struttrabile anche senza alcuna conoscenza informatica o di programmazione. Tutti, improvvisamente, hanno potuto scrivere qualunque cosa, in qualunque momento e in qualunque luogo. In assenza di social network, i blog sono spesso lo strumento preferito da chi ha voglia di raccontarsi, di stringere relazioni, di parlare di sè, in forma più o meno esplicita e più o meno anonima.

I blog tematici erano certamente presenti, ma in percentuali nettamente inferiori a quelli autobiografici. L’avvento dei social media sembrò a molti una campana a morto per i blog: quando la curva di crescita di Facebook era ancora esponenziale (ora in Italia sono iscritti 17 milioni di utenti e siamo prossimi a saturazione) ero convinto che non ci fosse speranza per spazi web personali fuori dal groviglio delle relazioni generate nelle reti sociali.

Mi sbagliavo: i blog sono rinati cambiando forma e dando un’ulteriore prova che i mezzi di comunicazione non muoiono quando sono sostituiti o superati da nuovi media, ma cambiano forma (è l’interfaccia a diventare obsoleta, spesso facciamo confusione tra i due concetti).

Oggi stiamo assistendo a una seconda giovinezza dello strumento blog che, sempre più stesso, rappresenta l’unica vera linfa vitale nel panorama giornalistico italiano e non solo. Basta portare tre esempi a supporto di questa teoria: gli straordinari dati di accesso del sito del Fatto Quotidiano, potenziati anche da un blogroll di tutto rispetto; la cessione di Huffington Post, un quotidiano online reso glorioso proprio dalla capacità di blogger che collaboravano (come noi) a titolo gratuito, ad AOL per 415 milioni di dollari, una cifra spaventosa (anche se le intenzioni del nuovo editore appaiono suicide); l’integrazione tra blogger esterni e redazioni dei quotidiani che portano sempre più spesso a rendere i blogger protagonisti delle storie più importanti della giornata.

Sul giornalismo italiano ci sarebbe tanto da dire e avremo modo di discuterne in futuro: quello che vorrei dirvi, e ve lo dico oggi in modo particolare, è: aprite un blog, ovunque voi siate. Raccontate quello che vi succede: ingiustizie, rubriche, informazioni, opportunità, emozioni. Non dovete fare niente di più di quello che fate quotidianamente parlando con i vostri conoscenti: quando avete un’opinione, esprimetela. Quando avete un dato che volete portare agli onori della cronaca, scrivetelo. Solo così ci sarà una verifica sociale dell’attività pubblica. Solo così l’opinione pubblica potrà fare pressione reale e generare cambiamento reale.

Magari ora qualcuno dei miei lettori si dirà: “la fai facile, scrivi su un giornale nazionale”. E io rispondo loro che non c’è niente di più sbagliato. Pensate a un’economia dell’informazione in scala: se ogni giornale locale avesse una propria sezione dedicata ai blog, cosa succederebbe? Quanto aumenterebbe la qualità del giornalismo locale? Quante possibilità nuove si aprirebbero per collaborazioni, inchieste a più mani, esperimenti di giornalismo partecipativo? Io credo che anche le redazioni si dovrebbero impegnare maggiormente per essere “all’altezza” dei blogger, in un circuito virtuoso che farebbe bene a tutti.

Internet ha dato a tutti la possibilità di essere un mezzo di comunicazione: ognuno di noi può fare informazione se ne ha volontà. Più o meno schierata, più o meno oggettiva, più o meno di qualità e più o meno costante nel tempo: come nei giornali e nelle tv, come è sempre stato nel giornalismo. Dunque, lanciatevi senza remore e senza paure.

In chiusura, vorrei rispondere ad alcuni miei lettori perché alcune loro allusioni mi hanno lasciato di stucco.

Vorrei dire a chi pensa che ce l’abbia a priori con il Pd: con il Partito democratico lavoro regolarmente da anni; con Proforma, la società per cui lavoro, ho anche avuto il privilegio di seguire proprio la campagna di Bersani (qui il link con la spiegazione della campagna) e di conoscerlo. È una persona squisita, con un grande senso dello Stato, e per questo lo stimo.

E soprattutto vorrei che fosse chiaro che il fatto che collabori come volontario a supporto di Nichi Vendola non mi impedisce di dire ciò che penso: ho recentemente firmato un appello di LabBari, gruppo di giovani attivisti politici della mia città, che chiedevano l’Open Data nell’Amministrazione Regionale Pugliese dopo un’analisi impietosa su ciò che sta succedendo nella sanità pugliese (qui la lettera)

Questa forse è l’unica vera condizione per diventare blogger: non avere paura di esprimere un’opinione, anche quando questa confligge con i propri interessi personali.