Il nono giorno dall’esplosione della rivolta in Libia è trascorso in un clima di relativa calma. Non si sono registrati scontri nella Capitale anche se a pochi chilometri da Tripoli sono continuati gli scontri. Le forze di sicurezza libiche del regime di Muammar Gheddafi, hanno attaccato infatti alcuni gruppi di ribelli nelle strade della cittadina di al-Zawiyah che si trova a 30 chilometri a ovest della capitale libica. Secondo quanto riferisce l’Ong Human Right Watch i soldati hanno aperto il fuoco contro gli insorti e contro un gruppo di egiziani che erano arrivati da poco in città.

Come riporta Al Jazeera, a Tripoli un gruppo di attivisti sta creando un coordinamento di tutti i gruppi di opposizione presenti nel Paese, primi fra tutti i gruppi di ribelli che controllano la città di Bengasi e la Cirenaica. L’erede al trono in Libia, il principe Mohammed Senussi, al giornale arabo al-Sharq al-Awsat ha dichiarato: “Gheddafi controlla ormai solo la zona intorno alla caserma di Bab al-Azizia dove è al momento asserragliato” e ha aggiunto “la situazione in Libia è drammatica, sarebbero duemila i morti e ci sono ampie zone che sono state liberate, si sta vivendo una tragedia umanitaria per le vittime delle milizie di mercenari che Gheddafi ha messo in piedi nel corso degli anni”. Il principe è convinto che la fine del Rais sia vicina, “perché ha perso il controllo delle città orientali del paese e ora lui e i suoi familiari sono asserragliati in caserma”. Un giornalista libico avrebbe riferito alla tv al-Jazeera che “le milizie fedeli a Muammar Gheddafi schierate a Tripoli questa mattina si stanno concentrando tutte intorno alla zona che ospita la caserma di Bab al-Azizia”, in cui è blindato il colonnello.

Nella giornata è intervenuto il delfino del Rais. il secondogenito Seif al-Islam Gheddafi ha smentito le notizie sui bombardamenti sulla folla dei manifestanti e ha ventilato l’ipotesi di un accordo di pace con i ribelli che controllano oramai diverse parti del Paese. Ma il regime è sempre più isolato e anche le forze armate continuano a perdere pezzi. “Tutto l’esercito libico deve unirsi alla rivolta, non c’è nulla da aspettare”. E’ l’appello lanciato dall’ex ministro dell’Interno libico, Abdel Fattah Yunis, dai microfoni sempre della tv al-Arabia. Il ministro da Bengasi, dove i feriti ricoverati negli ospedali sono 1650, ha annunciato di essere passato dalla parte dei manifestanti. “Ci troviamo di fronte a una vera e propria rivoluzione – ha affermato – tutti i soldati devono passare con il popolo senza aspettare oltre! Cosa ancora dobbiamo attendere, che ci uccidano tutti? Sono convinto che ci siano le condizioni – ha concluso – per vincere questa battaglia contro il regime di Muammar Gheddafi”. Gli ufficiali della base aerea militare libica Gamal Abdel Nasser, a pochi chilometri dalla città di Tobruk, nel nord-est del paese, sono già passati dalla parte dei rivoltosi. La base ospita una sessantina di aerei caccia Mirage F1.

Anche il presidente del Consiglio italiano è intervenuto sulla situazione del paese nordafricano. “Ho notizie di qualche minuto or sono e pare che in Libia Gheddafi non controlli più la situazione”, ha detto il premier questa mattina dal palco del congresso del Pri. Silvio Berlusconi ha avuto anche una conversazione telefonica con il numero uno dell’Onu Ban Ki Moon con cui ha concordato sull’urgenza di porre fine alle violenze al più presto.

Nel frattempo la politica italiana continua a guardare la sponda sud del Mediterraneo con la paura che sulle coste italiane possano riversarsi migliaia di immigrati. Oggi il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha parlato del trattato Italia-Libia: “Di fatto non c’è già più, è inoperante, è sospeso. Per esempio gli uomini della Guardia di Finanza, che erano sulle motovedette per fare da controllo a quello che facevano i libici, sono nella nostra ambasciata”. Insomma, secondo il titolare della Difesa, nessuno controlla più le acque che dividono la Sicilia dai paesi del Nord Africa. “Pensiamo – continua il ministro – consideriamo probabile, che siano moltissimi gli extracomunitari che possano arrivare in Italia”.

Intanto è giallo sulle operazioni di soccorso e di rimpatrio dei connazionali che sono ancora sul territorio libico. A un C 130 dell’areonautica militare italiana che stava facendo rotta verso il sud del Paese è stato negato il permesso all’atterraggio dalle autorità libiche. Gli italiani rimasti senza viveri stanno cercando di raggiungere la costa per essere trasferiti via mare dalle imbarcazioni della marina militare.