Immagina di vivere in un tempo in cui il presidente del Consiglio del tuo paese venga rinviato a giudizio per sfruttamento della prostituzione minorile. Immagina che in quello stesso tempo l’amico fraterno del tuo presidente, un tiranno libico coi capelli tinti, mandi l’aviazione a bombardare i manifestanti nelle piazze. Metti poi che in quell’anno a vincere il festival di Sanremo sia un vecchio cantautore di sinistra sopravvissuto agli anni Settanta, e che una delle vicende più seguite dai rotocalchi di cronaca e attualità sia il rapimento della salma del più famoso presentatore della Tv degli ultimi cinquant’anni.

Questa messa in scena della Storia non è tratta dalla quarta di copertina di un romanzo di Pynchon. Questa è l’epoca storica in cui viviamo. Eppure, solo fino a un paio di anni fa, se ti avessero letto queste sette righe, probabilmente avresti creduto di trovarti di fronte al funambolico delirio post moderno di un visionario. Insomma, non avresti dato un minimo di credito alla storia, probabilmente avresti accusato l’autore di aver voluto abusare con la fantasia, nella migliore delle ipotesi avresti rispolverato quella frase di Umberto Eco, “il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta”, per dire che la tua epoca è ormai prossima al collasso.

Sono fatti, questi, che rendono immediatamente sorpassata ogni letteratura d’avanguardia, che fanno apparire conservatori e retrò anche gli autori più scafati. Ciò che accade in questo 2011, infatti, non è iperrealismo, assomiglia piuttosto a un’iperfiction (anche se i morti a Tripoli sono maledettamente reali). Il presente del resto è sempre originale, molto più originale di quanto non sia ogni tentativo di invenzione. Per rappresentare questo tempo schizofrenico si ricorre spesso a un certo gusto per l’esagerazione, per l’iperbole. Non è un caso che il kitsch e il trash, nei romanzi e nei film attuali, siano le categorie più citate. “Un mondo” – per dirla alla Kundera – “dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse”.

Eppure, è proprio in un mondo così che ci è toccato di vivere. Un mondo in cui, grazie alle Tv, la merda è sempre altrove, mai in casa nostra, in cui le cose apparentemente non funzionano più quando diventano abitudine, procedimento automatico, o persino riflesso condizionato, un mondo in cui si fa fatica a credere a ciò che si vede, mentre non si mette in dubbio mai ciò che si conosce per sentito dire.

A che serve allora continuare a inventare storie sempre più improbabili per cercare di rallegrare la gente con quella forma di intrattenimento colto che chiamiamo letteratura? Ha ancora senso sfidare la complessità del reale con la simulazione dei romanzi, assalire la società dei consumi con la sua spettacolarizzazione continua della politica, della cronaca e dell’attualità? C’è davvero ancora, nella fantasia degli uomini, qualcosa di più originale, ignobile, fantasmagorico, di una striscia di notizie che passano in sovraimpressione?