I nuovi dati Istat sull’occupazione giovanile sono un pugno allo stomaco: il 29% delle persone, fra i 15 e i 24 anni, in Italia, sono disoccupate. Non accadeva dal 2004. In Germania invece la situazione dell’occupazione migliora e a gennaio i senza lavoro sono diminuiti di 13.000 unità. Segno del fatto che la crisi esiste ma che la differenza la fanno le politiche che i vari Paesi attuano per risolvere il disagio sociale. Sorvolo sul commentare l’inesistenza di una strategia italiana in questo periodo, per evitarvi noia e ovvietà. È chiaro che sono altri i temi cari al Parlamento in questo momento. È come se la politica nostrana fosse attorcigliata su sé stessa e cercasse un modo per proteggersi, invece che pensare alle esigenze delle persone. C’è un peccato capitale che porta questo nome? Dovrebbe. Siamo abbastanza arrabbiati per questo? Lo verificheremo alle urne.

Il punto è che se si aspetta che le cose cambino dall’alto si può anche aspettare in eterno. E anche con questo bisogna, inevitabilmente, fare i conti. Che si fa, si aspetta la manna dal cielo o si reagisce? Personalmente preferisco la seconda ipotesi, ma ovviamente ognuno preferisce come crede.

Parlando con Luigi, 32 anni, di Milano, la cosa che più mi ha colpito è stato lo scatto di reni che lo ha fatto decidere di portare a termine i suoi studi. Figlio di operaio, finito il liceo, ha provato di tutto: venditore di enciclopedie porta a porta, commesso, muratore anche. Tutti mestieri utili ma che non sentiva completamente attinenti alla propria natura. Ognuno è fatto a modo proprio. Nonostante questa sensazione, però, ha cercato di portarli a termine al meglio.

Perché non tornare a studiare? Si è chiesto un giorno. Lavorando ovviamente, e vivendo insieme a suo papà. Anni faticosi certo, ma se non si fatica quando si hanno le energie, allora quando? Con un piede nella fossa? Così è riuscito a laurearsi e ha avuto la fortuna d’incontrare una figura senior che ha creduto nei suoi sforzi, un professore. Oggi Luigi continua a lottare per affermarsi nel mondo del lavoro ma fa qualcosa che gli piace molto, tiene dei corsi di specializzazione per manager e sta iniziando a insegnare all’università (dico “iniziando” perché chi lavora nell’ambito sa che il percorso, se esiste, è molto lungo).

Ecco, la mia domanda aperta è: quanto conta nella vita incontrare dei punti di riferimento? Degli adulti che credano nelle generazioni successive e che “trasmettano” il mestiere per amore del futuro? Voi ne avete incontrati, in teatro, in ufficio, a scuola, sul cantiere? Raccontateci la vostra esperienza se ne avete avvistati. Rispolveriamo la parola “formazione”.

di Alessandra Sestito