Nuovi roghi per la città, rifiuti dati alle fiamme e cassonetti rovesciati. Dopo diciassette anni di gestione emergenziale e dopo quattro miliardi di euro spesi, Napoli e provincia continuano a essere sommersi dalla spazzatura. Nel solo capoluogo ci sono due mila tonnellate di rifiuti non raccolti, ma l’ufficio flussi della regione Campania prova a rassicurare e dice: “Il ritardo è dovuto allo stop domenicale degli Stir (gli impianti di trattamento ndr)”. In provincia va peggio. La monnezza accatastata per le strade ammonta alle dieci mila tonnellate. Non si vede una via d’uscita anche alla luce dell’annunciata prossima chiusura della discarica di Chiaiano.

L’assenza di una strategia è stata sottolineata recentemente anche dal Parlamento europeo che nella sua risoluzione ha bocciato il piano campano.

Nel frattempo continua ad aumentare la coda dei mezzi compattatori all’esterno degli impianti di trattamento.

All’immondizia per le strade si sommano le inchieste che hanno decapitato il vertice della SapNa, la società pubblica provinciale che si occupa della raccolta dei rifiuti. L’ex amministratore unico Corrado Catenacci si è dovuto dimettere dopo l’indagine della procura di Napoli sul percolato riversato in mare che lo ha visto coinvolto come ex commissario di governo.

La società, nata nel gennaio 2010, ha già speso in un anno circa un milione di euro.

Il bilancio che il fattoquotidiano.it ha potuto consultare parla chiaro: tre funzionari con la qualifica di quadro costano all’anno 275 mila euro. Ma quello che fa schizzare le spese sono le consulenze. Ce n’è per tutti i gusti: da quello legale (32 mila euro) a quello tributario (16 mila euro); da quello contabile ( 59 mila euro) fino all’incaricato per l’elaborazione del piano industriale ( 45 mila euro). In un anno, solo per le consulenze se ne vanno 222 mila euro.

Insomma, il conto economico di un’emergenza infinita è secondo solo a quello ambientale. Entrambi crescono a dismisura come la spazzatura sui marciapiedi della città.

di Nello Trocchia