Venticinque paia di scarpe comprate in una settimana da una delle giovanissime ospiti di Arcore. Miracoli del bunga bunga e delle generose bustarelle del Cavaliere. E’ vita in lustrini e paiette. Sogni mediatici che diventano cortocircuito sociale nel momento in cui cozzano con la vita reale. Quella degli italiani qualunque. Quelli che Arcore lo leggono solo sui giornali. Quegli italiani che in tre anni (dal 2006 al 2009) si sono visti prosciugare il portafoglio dalla crisi e da una politica economica incapace di fare fronte. E a soffrire più di tutte sono state le famiglie del nord Padano di stampo leghista-berlusconiano.

In cifre la fotografia appare impietosa: meno 2,7% del reddito disponibile. A scattarla è l’Istat. Che così fissa una prima flessione dal 1995. Epoca degli esordi del Cavaliere a palazzo Chigi. Da lì in poi la cronologia fissa tre legislature con il marchio del Caimano. A cui va aggiunta l’onda lunga della crisi economica. Tanto è vero che la recessione ha portato a un progressivo ridursi del tasso di crescita del reddito disponibile nazionale. Nel 2006, infatti, aveva mostrato una crescita del 3,5%. Dopodiché il precipizio. Che più di tutti ha colpito la ricca Padania. Quella che, nei manifesti leghisti, dovrebbe giocare da locomotore del Paese. Non è stato così. Nel 2009, precisa l’Istituto di statistica, l’impatto del calo del reddito è stato più forte nel settentrione (-4,1% nel Nord-ovest e -3,4% nel Nord-est) e più contenuto al Centro (-1,8%) e nel Mezzogiorno (-1,2%).

Eppure il punto, per molti, resta l’attività di governo indifferente davanti a quelli che “sono i reali problemi del Paese”. La critica arriva da Antonio Borghesi, vice capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera. E dunque: “Perché il Paese possa riprendersi realmente è necessario ridurre le tasse, cosa che questo esecutivo dice da sempre, ma non fa”.

Le cifre rese note oggi dall’Istat si aggiungono al carico portato ieri sulla disoccupazione giovanile: il 29% dei giovani under 25. Un ‘intera generazione che per Giorgio Napolitano non solo è “frustrata”, ma anche “poco ascoltata”. Di nuovo e ancora tornano alla mente quelle 25 paia di scarpe comprate in una settimana da una delle giovani ospiti di villa San Martino. Altri mondi. Su cui pesa la crisi economica, ma anche altri fattori. Ne è convinto il segretario nazionale di Adiconsum Pietro Giordano per il quale “il rallentamento della crescita, come più volte denunciato, dipende non solo dalla diminuzione del reddito da lavoro, ma anche dai mancati guadagni dovuti agli investimenti delle famiglie che hanno visto, prima per i crack finanziari poi per la crisi economica, completamente annullati quei piccoli redditi che consentivano loro di far quadrare il bilancio familiare”.

Il bollino nero, dunque, tocca al settentrione. Sul banco degli imputati salgono così il Piemonte e la Lombardia. In Piemonte, infatti, c’è stata una forte contrazione dell’input di lavoro dipendente e, di conseguenza, dei relativi redditi da lavoro. La regione governata da Roberto Formigoni sconta, invece, la battuta d’arresto degli utili distribuiti dalle imprese.

Anche nel 2008, a fronte di un aumento del reddito disponibile nazionale del 2,3%, il Nord-ovest ha registrato il tasso di crescita più contenuto (+1,8%), a causa della debole dinamica di Lombardia e Liguria (+1,2 e +1,8% rispettivamente). Poco meglio può vantare il Nord est, dove, comunque, si segnala una crescita più sostenuta. A distinguersi Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Trentino (+5, +4,3 e +3,6%), le migliori a livello nazionale. Fino al 2008 le famiglie residenti nel Nord-ovest hanno fatto registrare il più elevato reddito disponibile per abitante, ma nel 2009 il primato è passato al Nord-est, dove Bolzano ha scavalcato l’Emilia Romagna in testa alla graduatoria.

Calabria e Sicilia sono le uniche regioni italiane in cui il reddito delle famiglie ha mostrato tassi di crescita lievemente positivi. In queste aree del Paese, peraltro, anche la dinamica del Pil è stata migliore che altrove. Il Sud ha anche beneficiato di una tenuta degli interessi netti ricevuti dalle famiglie, spiegata in parte dalla loro minor propensione agli investimenti rischiosi. Dopodiché Centro e Mezzogiorno hanno evidenziato tassi di crescita prossimi alla media nazionale e pari, rispettivamente, a +2,5 e +2,2%. Al Centro, il valore del Lazio è risultato quello più elevato (+2,9%), mentre al Sud si sono distinti quelli di Abruzzo e Basilicata.