Orson Welles e Pier Paolo Pasolini durante le riprese del film "La Ricotta"Scusate se oggi non vi scrivo la solita ricetta e se mi tuffo come un sol uomo nella politica italiana quotidiana. Solo alla fine di questo mio post, negli ultimi righi, per farmi perdonare, vi scriverò cosa ogni tanto mi piace bere e mangiare.

Il mio quoziente d’intelligenza a 13 anni risultò incredibilmente sopra la media, notizia che causò non poca felicità nel mio ambito familiare, abituati com’erano, in virtù della mia disgrafia e dislessia, ai miei insuccessi scolastici. Tutti i miei insegnanti trasalirono rimanendo increduli e indispettiti quando mia madre sbatté loro davanti i risultati di quell’indagine a cui loro stessi mi avevano obbligato, inviandomi in un istituto accertante la problematicità degli alunni. Mi ci sono voluti degli anni per capire che sono stato salvato anche dalle carte geografiche e dalle finestre di quelle aule noiose per l’improbabilità del loro insegnamento. Il guardare fuori e il sognare viaggi mi hanno mantenuto vivo.

Ho dovuto incontrare in altra fortunata scuola la Duranti, il De Filippis, la professoressa Fiore e il genio dei geni dell’insegnamento matematico, il professor Fedri, che mi ha svelato il divertimento della matematica e me l’ha resa materia allegra e divertente. Ma senza questi quattro e il loro coraggio ­- senza il coraggio del De Filippis che scivolava da Kant a Hegel condividendo con tutti noi interi pacchetti di sigarette, senza il coraggio della Duranti che cinquantenne mi permise, con quel suo viso da squaw indiana, di innamorarmi perdutamente di lei sublimando la nostra comunicazione attraverso poeti e poesie, senza la professoressa Fiore che sorridendomi mi chiese che cosa ci stessi a fare lì a perder tempo e si dette da fare per farmi recuperare e saltare così tre anni scolastici – non ne sarei mai uscito.

E ne uscii, ecco la mia ricetta, per bere teatro, da Buazzelli con Galileo alla Volonghi con Mère Courage. Per mangiare cinema a tutte le ore, della mattina e della notte. Era il cinema ungherese con il suo Bicaver Sangue di Toro e le sue palacinche, il francese con i suoi pastis e le crêpes, l’americano con le ciambelle mangiate da tutti i suoi poliziotti con doppia dose di murple syrup e lo svedese con fragole e aringhe, con i sidri alle volte sostituiti con mattutine vodke innevate. Il cinema italiano con gli spaghetti di Sordi, con i minestroni di Tognazzi, con i salami di Totò, con le tavole di Olmi e le penombre rumoreggianti e tremolanti di Marco Ferreri, le stoviglie di Visconti, i bui e i buoi farciti di Fellini e la fame, la fame di Ricotta del poeta Pasolini.

E furono libri e libri bevuti da assetato. Landolfi, Calvino, Svevo. Furono loro a portarmi nel godimento della parola rimbalzante come palla colorata di bambino che strizza gli occhi per spavento emozionato e li riapre sempre con cuore meravigliato e sfamato.