Eastwood parla di morte e con Hereafter ci fa commuovere. Il francese Olias Barco parla di suicidio e con Kill me please ci fa ridere. Favola bianca e favola nera. Premiato alla Festa del Cinema di Roma (il regista dichiarò: “Ho fatto un film punk”), Kill me please ci conduce nella clinica del dottor Kruger dove gli aspiranti suicidi vanno a morire senza soffrire.

Morire può essere semplice come bere un bicchier d’acqua. O forse no? Kruger prova, in effetti, a lenire i dolori di chi vuole farla finita, fornendo un veleno che in tre minuti porti all’aldilà. Ma i suoi casi umani sono così variegati che alla fine l’entropia della vita trionfa sulla procedura della (dolce) morte. Cantanti liriche che non hanno più la voce e per questo non vedono più ragioni per stare al mondo, folli che già da piccoli desideravano scomparire, uomini che hanno perso la moglie (a poker), malate da tempo immemore e senza più speranza.

La razionalità di Kruger vorrebbe condurre tutti quanti a capire se, davvero, è giunta l’ora della fine. A riflettere prima di agire in modo irreversibile. Ma i moti dell’animo che desiderano “thanatos” sembrano molto più imprevedibili e vivaci della semplice ragione. Inoltre, attorno alla clinica (nascosta in una sperduta landa belga) ci sono anche i nemici. Integralisti della vita che non accettano che possa esistere un posto del genere.

Kill me please
è un lavoro bizzarro, una commedia nerissima con continui slittamenti dal comico al drammatico. L’inizio, in questo senso, è molto efficace. Nella prima sequenza vediamo un regista affermato ma tanto depresso. Il tono con cui viene raccontato il personaggio è, in fondo, scanzonato. Il freddo bianco e nero (scelto in realtà per ragioni di budget) ci distanzia da quel che stiamo vedendo. Così non crediamo sul serio che il povero malcapitato voglia veramente suicidarsi. Ma ci sbagliamo. E il sorriso ci si gela sul viso.

Procedendo nel racconto, Barco regala ribaltamenti e fraintendimenti, ripensamenti e cambiamenti in tutte le direzioni. Perchè, alla fine, la pulsione di morte e quella di vita sono confinanti, vicine di banco. Kill me please riesce nella misura in cui depista e non conferma mai le aspettative dello spettatore, abituato in fondo a ragionare per stereotipi anche di fronte alla dicotomia vita/morte, la meno ovvia e la più potente di tutte.

Barco però sembra divertisti anche troppo con questo giochino che non è sferzante quanto potrebbe. Così, invece che Ferreri o Buñuel, il film di Barco ricorda più l’intellettuale divertissement del Dogma danese. A tratti la clinica di Kruger sembra la casa di Idioti di von Trier (ma Lars era molto più intenso e duro, e in fondo non faceva per niente ridere) e a tratti quella in cui si svolge la “festa di famiglia” di Festen di Thomas Vinterberg.

Insomma, Kill me please è un film che ben si distingue dal politically correct ma ha anche molta voglia di farlo. Cosa che, al di là di alcune scene e battute davvero notevoli (il finale, gli “ultimi desideri” dei pazienti), lo chiude in una misura forzata e più costretta di quanto non sembrerebbe. Manca, per così dire, un’idea forte che si contrapponga alle vicende dei rapsodici pazienti. E qui la “colpa” è della sceneggiatura, un po’ paratattica e al tempo stesso un po’ confusa (le due facce della stessa medaglia).

Solo alla fine, poi, Kruger fa un discorso che poteva arrivare prima per sostanziare quel che vediamo. E rendere la storia veramente feroce. Chi vuole morire è una spesa per lo Stato. Ogni anno si uccidono, dice Kruger, un milione di persone con un costo sociale e per gli stati enorme. Insomma: la clinica serve anche a limitare i danni monetari. Il calcolo è l’anima della clinica. Il calcolo è l’anima di tutto ciò che la razionalità mette in piedi. Ma con la morte, che razionale non è per nulla, non si possono fare calcoli. È lei la più forte e sovverte tutto.