Un momento della trasmissione "Drive In" in onda dal 1983 al 1988 su Italia 1

Solo quando gli dei stanno cadendo si viene a sapere dei loro vizi e delle loro ignobili debolezze. Così grazie al Rubygate finalmente si iniziano a capire alcuni meccanismi che hanno fatto del berlusconismo un’egemonia. Per decenni le sue televisioni sono state invase da donne seminude e culi in evidenza. Non c’era trasmissione – politica, sportiva, comica, d’intrattenimento, – che non ne avesse almeno una da mostrare al pubblico. Tanto che alla fine ci siamo abituati, sembrava persino naturale. “Gli italiani lo vogliono, altrimenti cambierebbero canale”, dicevano i tromboni.

Be’, non era proprio così. Lo voleva Silvio, e ora si capisce per quale fine. Forse tutto comincia con Drive In, la trasmissione comica della domenica sera (inizia nel 1983). È la risposta a Non stop, programma di mamma Rai, se non per una cosa: ci sono donne sexy che inutilmente animano gli stacchi tra una pubblicità e l’altra. Non fanno altro, passeggiano. Ebbene, è del 1986 un’intercettazione in cui Silvio si lamenta con Dell’Utri. È l’ultimo giorno dell’anno, ma lui pare furente. “Iniziamo male l’anno”, dice. E l’altro, che forse pensa a una bomba: “Perché?” “Perché dovevano venire due di Drive In che ci hanno fatto il bidone! E anche Craxi è fuori dalla grazia di Dio!” Dell’Utri capisce che non si sta parlando di comici. Risponde: “Ma che te frega?” E Silvio, come se fosse ovvio: “Che me ne frega? Poi finisce che non scopiamo più! Se non comincia così l’anno, non si scopa più!”

È a quei tempi che il meccanismo comincia a oliarsi. Fornire donne al tycoon, riempirgli le serate. Meglio se tante, così da poter scegliere come in un harem. È il modello che Veronica Lario qualche anno più tardi descriverà con la metafora “figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo”. È il modello che Boncompagni s’appresta a portare in televisione. Nel 1991. La trasmissione si chiama Non è la Rai. Va in onda dopo pranzo, ed è vista soprattutto da un pubblico di adolescenti. Ciò nonostante si vedono ragazzine che si buttano in piscina e ballano e cantano. Solo femmine, niente maschi. Tutte magre, tutte Lolite. Fanno a gara a mettersi in mostra, è chiaro, perché loro sono tante mentre l’obiettivo della telecamera soltanto uno. Fanno le civettuole, anche se molte non solo altro che bambine. A guidarle Ambra Angiolini, una ragazzina che viene imbeccata da Boncompagni frase per frase. Una ragazzina che pensa con la testa di un sessantenne. Infatti è ammiccante. Per gli adolescenti alla visione (che ora hanno trenta, quarant’anni) quelle immagini di ragazzine che sgomitano per farsi vedere trasmettono un messaggio devastante: apparire invece di valere; essere comprati invece di emanciparsi. Ma nessuno si preoccupa. Siamo ancora all’edonismo spensierato e qualunquista degli anni Ottanta. La crisi è lontana. E i bamboccioni devono crescere senza pensare.

Ma torniamo al “meccanismo Drive In”. Una volta avviato, comincia a ingrossarsi. Allora, sempre stando alla procura di Milano, la ricerca spasmodica di nuovo materiale viene affidata a personaggi come Lele Mora, Emilio Fede (e chissà chi altri). Uomini dello spettacolo, dunque capaci di orientare i format delle trasmissioni di successo. Non a caso quelle con culi e gambe in mostra si moltiplicano. E a tutte le ore. È il cosiddetto velinismo, ossia la quintessenza del maschilismo e della mercificazione del corpo femminile. La donna non è più nemmeno oggetto, ma gradevole soprammobile; fa la passacarte e soprattutto non parla mai. In un certo senso, rappresenta la donna perfetta secondo i gusti dell’uomo sessantenne: possiede la rassegnazione di quella di una volta e il corpo di una ragazzina di oggi. È in quel momento che il modello “vergini che si offrono al drago” assurge a sistema. E da sistema si fa costume. In cambio delle prestazioni si offrono soldi e comparsate nelle trasmissioni. E siccome il talento va speso nell’ars amatoria, le qualità per accedere al mondo dello spettacolo vengono annullate. Basta mostrare le proprie bellezze. Alla Fattoria, al Grande Fratello, all’Isola dei Famosi, ma anche a Camera Café e a Colorado Café. Infine la politica. Anch’essa da offrire come ricompensa insieme all’alloggio nel residence Dimora Olgettina (come capita a Nicole Minetti). Se Frank Zappa diceva che la politica è il ramo dell’industria dedicato all’intrattenimento, in Italia è per l’intrattenimento del drago.

Ricordiamoci come finisce la telefonata tra Berlusconi e Dell’Utri, quella del 1986. Perché lì è già contenuto quel modo di pensare che, gramscianamente, sarebbe poi diventato egemone nel paese, trasmissione dopo trasmissione, bunga bunga dopo bunga bunga. Infatti, dopo che Silvio si è raccomandato – “le tette siano tette!” – i due si salutano con rispetto. Come? Dicendo: “Un abbraccio, anche a Veronica. Ciao!” “Anche a te e tua moglie, ciao!”. Certo, perché le madri dei loro figli non sono mica donne da Drive In. Ebbene, è questa la mentalità che un’accolita di anziani maschilisti, allupati e di cattivo gusto ha trasmesso al paese, stravolgendone per sempre i costumi. E tutto per il diletto personale del drago. Quanti anni ci metteremo a superare questo modo di vedere il sesso, le donne e i giovani; e che impatto avrà avuto sulle generazioni che sono vissute esclusivamente nella bolla berlusconiana? E quanto ci metteranno le donne a recuperare il tempo perduto? Si ha l’impressione che, quando il Berlusconi politico sarà venuto meno, ci sarà molto da lavorare.

di Matteo Lunardini