All’inizio di ogni nuovo anno, mentre nei Tg passano i soliti e preconfezionati servizi sulle code dei rientri, sui nomi dati ai neonati, sulle calorie ingurgitate e sulle diete imminenti, gli appassionati di musica invece iniziano a cercare quale possa essere il primo disco a 4 stellette del nuovo corso. Non mi sottraggo neanch’io a questo piccolo rito, ma stavolta il compito è stato agevolato da un comunicato che a fine dicembre annunciava Low Country Blues, il nuovo album di Gregg Allman dopo 14 anni dall’ultimo suo disco in studio. Nel frattempo ha continuato a suonare con la Allman Brothers Band, festeggiando in grande stile e con una ricca raccolta live i 40 anni di attività, pur con una salute che con gli anni si è complicata parecchio.

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Low Country è il posto del South Carolina dove Allman risiede da anni e il suffisso Blues sta a indicare il percorso che lo ha portato all’origine di tutto, a quell’inesauribile fonte musicale che ha abbeverato migliaia di musicisti. Da un elenco iniziale di una trentina di pezzi, ha poi scelto 11 canzoni tra quelle che ascoltava durante l’adolescenza, quelle che l’hanno maggiormente influenzata. Quell’adolescenza trascorsa insieme a suo fratello Duane ad ascoltare nel garage di casa Muddy Waters, Skip James, B.B.King, Magic Sam e Junior Wells, che gli hanno permesso di produrre cover come Tears, tears, tears di Amos Milburn.

Dopo la scomparsa del suo storico produttore Tom Dowd, Gregg Allman non era più entrato in sala di registrazione. Del resto Dowd lo aveva sempre seguito, con la stessa maestria con cui aveva guidato negli anni anche i dischi di Ray Charles, Eric Clapton, Aretha Franklin, John Coltrane i Cream, giusto per citarne alcuni. A convincerlo a rivarcare la porta dello studio è stato T. Bone Burnett, che forse di Tom Dowd è il miglior erede. Appena terminato di lavorare al disco di Robert Plant, ha proposto ad Allman di trasferirsi per un mese a Los Angeles per dare finalmente forma concreta al suo piccolo sogno.

Ne è venuto fuori un gran disco, suonato magistralmente senza mai nessuna sbavatura, un disco di quelli che fanno subito la differenza. Nonostante l’intervento chirurgico e la lunga convalescenza, la voce di Allman è di nuovo potente, sicura, in grado di modulare tutti i colori del blues. 11 classici più un inedito scritto e suonato a quattro mani con Warren Haynes, Just another rider.

Per la realizzazione tecnica grazie a Cristiano Ghidotti di www.pianetarock.it.