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di Marcello Andreozzi | 1 gennaio 2011

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Di Battisti e di altri demoni

Proprio prima di Capodanno, in attesa di botti meno figurati, alla fine la palla di neve della vicenda Battisti è divenuta una, per certi versi incredibile, valanga mediatica.

Un terrorista di seconda fila si è trovato a dover gestire il dubbio onore di diventare un primo attore, niente di meno che un simbolo, l’emblema stesso del sociologico homo sacer, con attaccata addosso la canettiana muta di caccia, ben interpretata, a sua volta, dalla stampa nazionale, per una volta, comodamente, unanime. La vicenda, ne sono convinto, troverà modo di fornire non pochi spunti al pensiero sociologico e filosofico a venire, intanto però, con la voglia di linciaggio che si è portata dietro, ha impestato non poco l’aria di miasmi di roghi, per ora solo figurati.

Come è noto, il caso esplode all’inizio degli anni 2000 allorché si prospetta esplicitamente l’estradizione di Battisti in Italia, dalla Francia in cui aveva trovato rifugio, onde scontare l’ergastolo che gli pesa sulla testa per vicende di sangue legate all’azione dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo) nel periodo degli anni di piombo.

Proprio allora, in uno con la richiesta di estradizione, qualche minoritaria voce critica inizia a mettere in dubbio i metodi seguiti nei processi che hanno portato alla condanna in contumacia del Battisti: le carte processuali, si dice, evidenziano come l’attribuzione dei delitti a Battisti trovino fondamento esclusivo nelle parole di un paio di pentiti, essi stessi appartenenti ai Pac, che oltre ad essersi più volte contraddetti, avevano tutto l’interesse alla chiamata in correità in considerazione dei vantaggi previsti della legislazione premiale in favore del pentitismo, tanto che alla fine, effettivamente, le accuse all’attuale fuggiasco son valse loro dei più che sostanziosi sconti di pena.

E’ un fatto, in effetti, che i processi di quel tipo, in quegli anni, si svolsero secondo un modello prettamente inquisitorio, col che non si intende minimamente formulare un giudizio morale (come pure qualche voce critica ha frainteso), ma dar semplice conto dell’applicazione di una tecnica processuale, (per altro già tipica del “processo misto” all’epoca applicato in Italia, che la legislazione emergenziale fece slittare solo un altro po’ verso il modello inquisitorio) che certo comunque non mette i diritti di difesa dell’accusato al centro dei propri interessi.

Nello specifico comunque quel modello diede gli sperati risultati, giacché, deficitario sul piano dell’accertamento della verità, ebbe come conseguenza principale l’implosione di buona parte delle posse che insanguinivano il paese, al verificarsi dei primi arresti e, con loro, dei primi “pentimenti”. Alla luce di queste considerazioni è fin troppo chiaro come chiedere lumi ai magistrati (cfr. Spataro) in ordine alla correttezza di quei processi, non abbia alcun senso: quei processi furono effettivamente correttissimi.

Piuttosto allora la vera domanda è se quei processi, al di là della correttezza formale, accertarono sempre la verità in riferimento ai singoli casi (e più in radice magari se fossero idonei ad accertarla). Nello specifico è legittimo chiedersi, soprattutto ora – passati due decenni dalla fine della stagione dell’emergenza – se l’attribuzione delle sue colpe a Battisti avvenne al di là di ogni ragionevole dubbio: è quello che nello specifico si è chiesta la redazione del sito Carmilla, che per dare risposta a questi quesiti si è andata a spulciare le carte processuali, dando poi conto di tutta una serie di dubbi e incongruenze, le quali sia ben chiaro non portano ad affermare l’innocenza di Battisti, ma probabilmente e più semplicemente la sua non condannabilità secondo gli stilemi di un processo che fosse stato modernamente accusatorio (un processo, per intenderci, all’americana).

Niente di trascendentale insomma, soltanto la pratica applicazione di una prassi giornalistica ad una vicenda con troppe incrostazioni politiche, per non rischiare di dar vita a processi politici.

Proprio l’applicazione di quella metodologia per altro ha portato, in Francia e Brasile, una parte non irrilevante dell’opinione pubblica a dubitare della bontà di quelle sentenze di condanna, ed esemplare a questo proposito è stato il caso della scrittrice Fred Vargas, dileggiata invece qui da noi come la caricatura dell’intellettuale engagée.

Di converso, sull’altro fronte della barricata, non si è assistito a nulla di analogo, piuttosto ci si è profusi in un’apodittica difesa dei risultati dei processi, spesso, per altro, citati con notevole approssimazione (vedi l’erronea attribuzione dell’omicidio Torreggiani), senza darsi minimamente la briga di svolgere un lavoro di indagine sulle carte processuali (analogamente a quanto avvenuto, per esempio, con riferimento alla sentenza sul lodo Mondadori, spulciata, meritoriamente, in ogni dettaglio).

Ne è nata una cacofonia di voci acritiche, in cui il pathos ha finito col far premio sul ragionamento, e in cui, a perdere, mi scusino gli amici del Fatto, in questo allineati al resto della stampa, mi pare esser stato il giornalismo tout court.

Le conseguenze son sotto gli occhi di tutti: l’ansia di crocifiggere Battisti alle proprie responsabilità ha finito col creare un processo pubblico iperpolitico, quand’anche non una vera e propria ordalia, che finisce col dar ragione – più del processo stesso – dell’asilo che gli è stato sino ad oggi prestato.

Alla luce di queste considerazioni, invocare l’interesse nazionale, come ho letto su più di una testata, come presupposto delle pressioni politiche che sarebbe necessario reiterare nei confronti del Brasile, mi pare non avere alcun senso, giacché, a mio modo di vedere, l’unico interesse nazionale reale sarebbe quello di far finalmente i conti con una stagione in cui alla violenza sociale si reagì con la violenza di Stato (ché tale è senza dubbio la proclamazione di ogni stato di eccezione): sarebbe appena il caso di prenderne atto, non per mandare tutti indistintamente assolti, ma per rendere, ognuno nel proprio piccolo, se non un servizio alla Verità, almeno alle singole verità dei singoli casi, che, se nel loro insieme compongono un mosaico, non cessano per questo di avere vita autonoma al di fuori della Storia.

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